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Le foreste italiane e la riduzione dei gas serra
nel rispetto del protocollo di Kyoto
Sintesi dell’incontro di Roma del 27-28 marzo
2000
Giuseppe Scarascia Mugnozza
DISAFRI – Università degli Studi della Tuscia,
Viterbo
e-mail: gscaras@unitus.it
La concentrazione in atmosfera dei cosiddetti gas
serra, in particolare di anidride carbonica (CO2), è in continuo aumento. Alla
fine del 1999, la concentrazione di CO2 in atmosfera aveva raggiunto 370 parti
per milione, ben il 30% in più rispetto alla concentrazione del periodo pre-industriale
(280 ppm nel 1860); peraltro, recenti stime prevedono che arriverà ad una
concentrazione di circa 700 ppm per la fine di questo secolo. Inoltre, è molto
probabile che questi cambiamenti stiano già determinando un impatto
significativo sul clima del pianeta e, di consegueza, sugli ecosistemi naturali.
Per ridurre i rischi connessi con i cambiamenti
ambientali, l’Italia, insieme agli altri paesi industrializzati, si è
impegnata nell’ambito della convenzione quadro sui cambiamenti climatici (FCCC,
Rio de Janeiro, 1992), di cui il protocollo di Kyoto è uno degli strumenti, a
ridurre le proprie emissioni di gas serra di circa il 5% rispetto a quelle del
1990.
Gli impegni sottoscritti sono di rilievo sia per
gli aspetti ambientali che economici: infatti, se le azioni di riduzione dei gas
serra avranno un impatto importante sul rallentamento dei cambiamenti climatici
già in atto, allo stesso tempo richiederanno anche notevoli costi di
adeguamento industriale e di risparmio energetico. In questo contesto, il
protocollo di Kyoto permette ai Paesi chiamati a ridurre le emissioni di CO2
rispetto a quelle del 1990 di poter imputare a sconto di tali riduzioni gli
aumenti di assorbimento di CO2 dovuti agli interventi umani di forestazione,
riforestazione e controllo della deforestazione, anch’essi calcolati rispetto
al 1990.
Queste considerazioni hanno portato ad
organizzare a Roma, presso il Teatro dei Dioscuri, il 27 e 28 marzo scorsi, il
Convegno su "Le foreste italiane e la convenzione sul clima: il contributo
per la riduzione dei gas serra nel rispetto del protocollo di Kyoto".
L’incontro, promosso e organizzato dall’Accademia
delle Scienze detta dei XL, dall’Accademia Italiana di Scienze Forestali e
dalla Società di Selvicoltura ed Ecologia Forestale, si è articolato in 15
relazioni. I relatori provenivano da realtà istituzionali e tecniche (Ministero
dell’Ambiente e ANPA, Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e CFS,
Ministero dell’Università e Ricerca Scientifica e APRE, ENEA), da istituzioni
scientifiche, sia universitarie (Università della Tuscia di Viterbo, di
Firenze,
di Padova, di Torino, della Basilicata, di Parma) che a livello di istituti di
ricerca (CNR-IATA, MIPAF-ISAFA) e anche da realtà industriali (ENITecnologie).
La scelta dei relatori e delle istituzioni da
loro rappresentate aveva lo scopo di affrontare in modo completo il tema della
riduzione dei gas serra nel rispetto delle convenzioni e dei protocolli
internazionali sia dal punto di vista della ricerca che negli aspetti
tecnico-politici ed economici.
Al termine delle relazioni e del seguente
dibattito, sono emerse le seguenti conclusioni.
E’ stata individuata l’esigenza:
 | di monitorare i cambiamenti in atto ed il loro
impatto sugli ecosistemi italiani. Come è infatti noto, l’area
mediterranea è una tra quelle più a rischio per gli effetti dei
cambiamenti, in particolare per la desertificazione e l’innalzamento del
livello dei mari. In questo senso, vanno realizzate azioni comuni ed è
necessario dotarsi degli strumenti tecnici idonei a misurare il cambiamento
ed i suoi effetti e a prevederne gli impatti in futuro; |
 | che il nostro Paese sia dotato di un sistema
di determinazione del bilancio delle emissioni e degli assorbimenti di CO2
adeguato alle linee guida internazionali, in modo da rispondere con
puntualità e efficacia alle richieste annuali di tali bilanci, come
richiesto dalla convenzione sulla protezione del clima; |
E’ stata riconosciuta l’importanza:
 | delle foreste naturali, dei rimboschimenti e
delle piantagioni legnose a rapido accrescimento per la mitigazione dell’aumento
di anidride carbonica e per aiutare il sistema Paese a far fronte agli
impegni di riduzione. Infatti, ogni azione tendente a favorire da un lato la
gestione forestale sostenibile e dall’altro la forestazione può essere
considerata a triplo dividendo poichè favorisce l’assorbimento di
anidride carbonica, la protezione del suolo e la produzione di biomasse in
grado di sostituire, a emissioni zero, parte dei combustibili fossili ora
utilizzati. In particolare, per quanto riguarda la determinazione dell’assorbimento
di carbonio, va sottolineato il contributo che la gestione forestale
sostenibile dei boschi italiani può fornire al Paese, grazie al suo
continuo miglioramento e all’aumento della biomassa legnosa presente; |
 | della ricerca scientifica italiana sul tema
dell’impatto dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi; fino ad oggi la
ricerca è stata prevalentemente sostenuta da finanziamenti europei e si
sente la necessità di avere un programma di ricerca nazionale su questi
aspetti. Infatti, gli obiettivi per i quali sono assegnati i fondi di
ricerca internazionali non sempre sono adatti alle peculiarità degli
ecosistemi mediterranei. In questo ambito risulta anche strategico un
coordinamento delle iniziative di ricerca esistenti, così da poterne avere
un più proficuo dividendo. |
 | di avviare quanto prima il nuovo inventario
forestale nazionale, di cui è già disponibile il piano di fattibilità. |
E’quanto mai necessario cogliere alcune
opportunità:
 | l’Italia dovrebbe aumentare l’uso di quei
meccanismi flessibili messi a disposizione dal protocollo di Kyoto, quali la
joint implementation ed il clean development mechanism, finora sotto
utilizzati. Infatti, lo sforzo italiano verso l’implementazione di misure
volte a creare serbatoi di carbonio nei Paesi in via di sviluppo è, allo
stato attuale, praticamente inesistente; |
 | il sistema italiano, sia a livello scientifico
che tecnico, deve incrementare la partecipazione ai programmi di
coordinamento internazionale, che possono garantire la continuità alle
iniziative di ricerca; |
 | per problemi molto rilevanti come quello dei
cambiamenti climatici c’è bisogno di un maggiore coordinamento tra
istituzioni tecnico-politiche e istituzioni scientifiche. Purtroppo queste
ultime, che sono in grado di fornire informazioni utili in sede di
negoziazione dei trattati, sono poco coinvolte nelle procedure
tecnico-politiche; |
 | la conservazione di un ruolo nazionale per il
Corpo Forestale dello Stato, purchè rafforzato e orientato ad affrontare
tali impegni, appare strategico ai fini di una maggiore efficacia dell’azione
italiana nel rispetto delle convenzioni internazionali nel settore degli
ecosistemi forestali. |
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1998/99 News: IUFRO Research
Group 7.04.00 "Impacts of Air Pollutants on Forest Ecosystems" - - Meeting
News di K. Percy
Meeting News
The IUFRO 18th International Meeting for Specialists in Air Pollution Effects on Forest
Ecosystems, Forest Growth Responses to the Pollution Climate of the 21st Century, was held
September 21-23, 1998 at Heriot-Watt University, Edinburgh, Scotland. The meeting was
hosted by UK The Institute of Terrestrial Ecology - Bush Estate, in collaboration with the
UK Forestry Commission, Northern Forest Research Station. One-hundred thirty one
scientists from 20 countries attended representing 7 IUFRO regions, Northern Europe,
Central Europe, Eastern Europe, Mediterranean, Northern Europe, Asia and Western
Pacific.
The Scientific Committee with IUFRO Coordinators and Deputies adopted a new session
structure, the objective of which was to stimulate activity within the six Working
Parties. The two one-day plenary sessions were devoted to the two important air pollution
issues, nitrogen deposition and ozone. Invited papers were augmented by a large and
excellent contribution of poster papers. The final day comprised parallel Working Party
Sessions with speakers pre-selected to stimulate discussion in each discipline. This was
judged to have worked very well, with the potential for more time allocated to Working
Party sessions in 2000.
The meeting structure and superb local lodging and food arrangements, with all
participants lodged together, resulted in attainment of the meeting goal; namely, a
friendly exchange of high-quality science, enhanced and new collaborations between
more-developed and less-developed programs with the IUFRO spirit and forestry
foremost.
Important other highlights included a pre-meeting field tour to the ITE Deepsyke acid
mist experiment in a Sitka spruce plantation. Participants were also treated to a private
viewing of the Scottish Crown Jewels and a reception hosted by the Minister of Forestry
and Agriculture for Scotland, Lord Sewell.
The Scientific Committee and IUFRO Coordinators/Deputies endorsed the model used in the
previous 17th research Group 1996 meeting in Firenze, Italy and peer-reviewed manuscripts
from the meeting will be published together in a special issue of Water, Air and Soil
Pollution for greater impact and accessibility. The issue will also contain for the first
time, summary state of science reports submitted by a rapporteur from each Working Party
Session.
The 19th meeting will be hosted by Michigan Technological University, USA during May
17-20, 2000 (IUFRO News Vol. 28, 1999, Issue 1).
Business News
Since 1997, the Research Group has been working to address IUFRO's Strategic Goals for
the New Millennium (IUFRO News Special Issue, December 1998). Objectives agreed upon by
Group officers include an increased global viewpoint on major issues, increased
collaboration between more- and less-developed research programs, and increased
participation from under-represented regions such as South America, Africa and Asia.
Progress has since been made on all three.
A number of important decisions were taken during the 7.04.00 business meeting held
September 22 in Edinburgh. Among them, IUFRO 7.04.00 decided to:
1) hold the 19th meeting in 2000, rather than postpone it due to coincidence of the
World Congress in Kuala Lumpur;
2) organize a speciality session at the World Congress to showcase the group's
wide-range of activities, proud history and raise the air pollution-forestry science
profile in Asia; this session is now arranged with invited papers on smoke pollution from
increased forest fire activity in the region and by Asian air pollution-forest effects
scientists;
3) to begin discussions on adjustment of the Working Parties for increased emphasis on
forest sustainability and global scale-issues;
4) and, to enhance collaboration between 7.04.00 and 2.04.00 on issues of environmental
stresses to forest genetics; a joint Division 2 and 7 meeting Genetic Response of Forest
Systems to Changing Environmental Conditions will take place in Freising, Germany
September 12-17, 1999 (IUFRO News Vol. 28, 1999, Issue 1)
Research Group 7.04.00 is pleased to welcome a number of new officers elected at the
business meeting. Dr. Marco Ferretti (Italy) has assumed the office of Deputy Coordinator
7.04.01 Diagnosis, Monitoring and Evaluation; Dr. Elena Paoletti (Italy) has assumed the
office of Deputy Coordinator, Working Party 7.04.02 Physiological and Biochemical Aspects;
Dr. Ulrika Rosengren-Brink (Sweden) has assumed the office of Deputy Coordinator 7.04.03
Soil Organisms, Rhizosphere and Nutrient Uptake; Dr. Gordon Weetman (Canada) has assumed
the office of Deputy Coordinator 7.04.05 Silviculture in Polluted Areas.
Respectfully Submitted
Kevin Percy, Coordinator
IUFRO 7.04.00
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II° riunione del Gruppo di
Lavoro SISEF:
"Effetti dell'Inquinamento sugli Ecosistemi
Forestali
Cari colleghi,
Il 29 gennaio, si e' tenuta a Firenze, la II° riunione del Gruppo di Lavoro SISEF
"Effetti dell'Inquinamento sugli Ecosistemi Forestali". Un sentito
ringraziamento va all'IROE-CNR, che ci ha ospitato nella sua sede, ed alle autrici dei due
seminari, Dr. Simonetta Paloscia e Dr. Giovanna Cecchi. Di seguito, le relatrici
riassumono brevemente i contenuti dei loro interventi.
USO DI TECNICHE A MICROONDE PER IL MONITORAGGIO DELLE CARATTERISTICHE DEL TERRENO E DELLA
VEGETAZIONE - Simonetta Paloscia, IROE - CNR, Firenze
- Introduzione sulle caratteristiche del telerilevamento in genere e di quello a
microonde in particolare: capacita' di visione indipendente dalla luce solare,
penetrazione attraverso le nubi, penetrazione nel terreno e nella vegetazione
(qualche
esempio di immagine da satellite). Confronto con lottico - Sensori attivi e
passivi:
radar ad apertura sintetica (SAR), radiometri a microonde IROE a diverse frequenze -
Applicazione delle tecniche di telerilevamento a diversi campi di attività:
agricoltura, idrologia, meteorologia, geologia, archeologia - Monitoraggio a larga scala con satelliti
a bassa risoluzione (SSM/I) per losservazione di fenomeni globali, legati ai global
changes (desertificazione, cambiamenti nellestensione della copertura
vegetale,
mappe tematiche di aree estese) - Sensibilità ai parametri del terreno e della
vegetazione che sono coinvolti nei due principali cicli: idrologico e produttivo -
Risultati ottenuti sia con i radiometri a microonde che con il SAR per la stima di : -
umidita' del terreno a 5-10 cm di profondità - biomassa vegetale (agricola ed
arborea).
Stime di LAI e contenuto in acqua per le piante erbacee (mais, medica, girasole,
barbabietola) e area basale e woody volume per i boschi Inserimento di questi parametri
nei modelli di processo per la misura dell Evapotraspirazione, dellerosione
del terreno ecc.
USO DI TECNICHE LASER PER IL CONTROLLO DELLA VEGETAZIONE - Giovanna
Cecchi, CNR-IROE, Firenze
Sono state esposte le possibilita di applicazione dei laser al telerilevamento
lidar, con particolare riferimento alleccitazione di fluorescenza della clorofilla e
di altri pigmenti accessori presenti nella vegetazione. E' stato evidenziato come lo
studio degli andamenti spettrali della fluorescenza emessa dalle piante fornisca una buona
metodologia per il controllo a distanza (e da considerare comunque non
distruttivo) dello
stato di salute della vegetazione. Sono stati inoltre discussi alcuni esempi ottenuti con
due strumenti (FLIDAR e LEAF) messi a punto dallIROE e dallo IEQ in questo
settore.
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Dr. Elena Paoletti
Istituto Patologia Alberi Forestali - CNR
Piazzale Cascine 28, I-50144 Firenze, Italy
Tel +39.055.3288274/360546 Fax +39.055.354786
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Ecology Letters coverage by ISI
Current Contents - Comunicazione di F. Miglietta
We have just received notification from the Institute for Scientific
Information that Ecology Letters is now covered by Current Contents, back
dated to Volume 1, issue 1. Given that only four issues of the journal
have been published since the journal's launch in July 1998, we are
delighted that the review committee from ISI have made such an important
decision for the journal so soon (normally a new journal would take at
least 2 years but more likely 3 or more years for acceptance by Current
Contents). This is extremely good news for the journal and for all those
authors that trusted their high quality papers to a previously 'unindexed'
journal. We will be promoting the new coverage by Current Contents on the
journal's website (www.blackwell-science.com/ele)
and in our correspondence
to authors from the Editorial Office. Please also help to spread the word
to your colleagues so that we can reinforce the success of Ecology Letters
and encourage even more submissions.
Cari saluti, Franco Miglietta
____________________________________________________________
Franco Miglietta
INAPA (Istituto Nazionale Analisi e Protezione Agro-ecosistemi)
c/o IATA-CNR
P.le delle Cascine, 18
50144 Firenze, Italia
Tel:+39 55 301422
Fax:+39 55 308910
Email:migliet@sunserver.iata.fi.cnr.it
Home Page: http://www.iata.fi.cnr.it/geniata.html
BERI: http://www.joensuu.fi/mekri/beri/INDEX.HTM
MEDEFLU: http://www.iata.fi.cnr.it/medeflu/minute.htm
ECOLOGY LETTERS http://www.blackwell-science.com/ele
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LA FORESTA TRASCURATA -
Intervento
di M. Borghetti
Gli incendi che, complice un torrido inizio d'estate, sono stati
dolosamente appiccati ai boschi dell'Italia meridionale hanno 'meritato' la prima pagina
dei quotidiani e i titoli di apertura dei telegiornali. Tuttavia, ed è impressione che si
rinnova in casi del genere, l'informazione è parsa lontana dall'impostare un'analisi
seria dei fatti, privilegiando le sterili polemiche circa la responsabilità delle
operazioni di spegnimento.
I tempi sembrano invece maturi per mettere sul tappeto con chiarezza,
anche al di là del problema incendi, un aspetto importante e generale della
"questione forestale" e dei pericoli che minacciano la foresta. Fuor di dubbio,
questi ultimi sono legati all'azione dell'uomo : è l'uomo che appicca il fuoco, è
l'uomo che inquina e disbosca, così com'è l'uomo che, lontano da noi ma anche per colpa
nostra, distrugge a ritmi preoccupanti la foresta tropicale.
Dovrebbe essere quindi evidente che solo l'interpretazione attenta del
rapporto fra uomo e bosco può permettere di capire perché i boschi bruciano qui e non
là, perché qui sono correttamente utilizzati e conservati e là, invece, sfruttati e
distrutti. Dovrebbe anche apparire chiaro che solo la sapiente pianificazione di tale
rapporto, da definire caso per caso senza preclusioni ideologiche, può fare in modo che
la foresta sia percepita come "valore" e utilizzata come risorsa rinnovabile
secondo criteri di sostenibilità; facendo anche sì che essa susciti nella cultura della
gente quel senso d'attaccamento e cura in assenza del quale ogni politica di conservazione
ed uso sostenibile pare destinata al fallimento.
Nel suo rapporto con l'uomo, e nel corso dei secoli, la storia del
bosco è stata, in gran parte, storia della sua distruzione. Nei paesi della comunità
europea la foresta ricopre oggi poco più del 20 per cento della sua superficie
potenziale. Durante i secoli, il dissodamento agricolo, la pastorizia, gli incendi, lo
sviluppo delle città, la costruzione di strade, il turismo e la speculazione edilizia, la
"fame" di legno da parte delle popolazioni ecc., hanno determinato, con modi e
intensità diverse da zona a zona, la regressione o la trasformazione della foresta
originaria.
Per lungo tempo la foresta è stata quindi considerata dall'uomo come
risorsa passibile d'ogni tipo d'uso e sfruttamento. E' solo dal periodo illuministico che
si è fatta strada l'idea che essa dovesse essere considerata come risorsa limitata e che
andassero predisposte delle misure per contenerne lo sfruttamento e regolarne l'uso. Da
qui, le prime leggi di tutela del patrimonio boschivo e l'istituzione delle scuole e delle
università forestali, come luoghi deputati allo sviluppo delle scienze del bosco e alla
formazione di personale specializzato nell'uso e conservazione della foresta. La scuola di
Vallombrosa ha rappresentato il punto di partenza e d'irraggiamento della scienza
forestale italiana, da tempo significativamente ispirata ai principi della selvicoltura
naturalistica e dell'uso sostenibile del bosco. Sono oggi numerose le facoltà forestali
nel nostro paese, molti sono ogni anno i laureati in scienze forestali, di qualità è la
ricerca scientifica nel campo dell'ecologia forestale e della selvicoltura.
E' quindi deludente constatare che di fronte alla disponibilità
d'ampie conoscenze cui improntare la gestione delle foreste, e di adeguate capacità
professionali e scientifiche cui affidarla, nella realtà gran parte del patrimonio
forestale italiano sia ancora trascurato od oggetto di gestioni improvvisate, avulse da
una programmazione d'ampio respiro. Così come irrita sapere - mentre molti fanno finta di
non saperlo - che anche per questo motivo il bosco va incontro a quelle avversità (leggi
incendi, tagli abusivi ecc.) che trovano poi, ma solo in occasione di gravi calamità,
ampio spazio sulle prime pagine dei giornali.
Diversa è la situazione in altri paesi europei (Francia, Svizzera,
Germania, Austria, ecc.) che hanno dimostrato di saper impostare una valida politica
forestale impiegando con efficacia le professionalità che hanno a disposizione.
Ad oltre venti anni dal trasferimento alle Regioni delle competenze in
materia territoriale e forestale, la situazione non sembra significativamente migliorata
(con le dovute eccezioni in quanto alcune Regioni appaiono meritoriamente attive). A
fronte dell'obbligo che la legge impone agli enti pubblici di predisporre piani per la
gestione selvicolturale delle loro proprietà forestali, è bassa la percentuale di quelli
che sono adempienti. Così come non è confortante constatare l'incertezza che da più
anni pende sul destino del Corpo Forestale dello Stato: oltre 7000 persone specializzate
nella cura e nella difesa del bosco, da tempo impiegate al di sotto, e anche al di fuori,
delle loro competenze.
Non si tratta solo di mancanze amministrative ed organizzative; ma
anche d'impostazioni ideologiche, che negli anni passati si sono spesso uniformate, forse
per cavalcarne l'onda, alla moda di un ecologismo d'occasione. Da chi rivestiva posizioni
di responsabilità in sede centrale sono stati propagandati messaggi improntati a
concezioni ascientifiche del bosco e a stucchevoli lirismi, pericolose (se generalizzate)
proposte di abbandono, che rendono il bosco res nullius, noncuranza per gli aspetti
selvicolturali e pianificatori.
La traduzione di tale ideologia nella prassi può determinare una
pericolosa disaffezione dell'uomo dal bosco. Disaffezione che, non sorprendentemente, sta
provocando evidenti danni (incendi, atti vandalici ecc.) anche all'interno delle aree
protette; è il caso, sotto gli occhi di chi vuol vedere, di Parchi Nazionali di recente
istituzione gestiti, fino ad ora, in modo alquanto opinabile, o (forse è ancor peggio)
non gestiti del tutto. Mentre vi sono, sempre per chi vuol vedere, riserve naturali (ad
esempio il Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino, in Trentino) dove l'applicazione
sapiente della selvicoltura naturalistica, intrinsecamente rispettosa dei criteri di
sostenibilità, favorisce con successo la conservazione e l'equilibrato rapporto fra le
diverse componenti dell'ecosistema forestale e del territorio.
Laddove esiste, in virtù di una lungimirante gestione forestale e del
coinvolgimento della gente, una profonda considerazione del bosco come valore, fonte di
reddito e presidio territoriale, le avversità del bosco sono sempre molto contenute o
addirittura inesistenti; e solo laddove la gente può vedere nel bosco un bene capace di
molteplici funzioni (assorbimento della C02 atmosferica, produzione di legname,
protezione idrogeologica, fruizione turistica, conservazione della biodiversità ecc.), ma
che rispetto a ciascuna di queste ha bisogno di essere "concretamente"
valorizzato, si può sperare che il bosco non "bruci", in senso reale e
metaforico.
Più che all'impiego dei Canadair, è ad un'appropriata pianificazione
e gestione selvicolturale, che faccia propri i risultati della migliore ricerca
scientifica, che dovrebbe essere affidata la speranza di poter conservare i nostri boschi,
in modo da trasmetterli intatti o migliorati alle future generazioni; facendo anche sì
che essi possano essere fonte di reddito per i proprietari, occasione d'occupazione e
dispensatori di grandi benefici per tutti noi.
Marco Borghetti
Cattedra di Ecologia Forestale - Università della Basilicata
Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia forestale
Email: borghetti@unibas.it
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Considerazioni relative al decreto del ministero dei lavori pubblici
n.304 del 15.5.98: "Regolamento concernente la nuova tabella delle categorie di
iscrizione all'Albo nazionale dei costruttori"
Intervento di E. Bonalberti
Sulla G.U. del 24 Agosto u.s., con una certa sorpresa ( stante la
tuttora aperta questione della revisione delle iscrizioni all'ANC) e' stato pubblicato il
decreto ministeriale n.304 del 15.5.98, il quale, in sostituzione dell'attuale sistema di
classificazione delle imprese, stabilisce un diverso criterio di classificazione delle
categorie di lavori, passando dalle 20 categorie e 39 articolazioni attuali alle nuove 11
categorie generali e 23 specializzate.
Tali novità sono entrate in vigore a partire dall'8 Settembre c.a.,
anche se dette categorie sono e saranno inservibili sino a quando non verra' completata
l'altra riforma, quella generale di tutto l'Albo costruttori.
Assai piu' razionale ed opportuno sarebbe stato, dunque, giungere alla
contestuale pubblicazione di entrambi i due provvedimenti : modifica delle categorie e
riforma generale dell'albo nazionale dei costruttori.
Cio' non si e' verificato, mentre immediate sono giunte da piu' parti
alcune rilevanti critiche al nuovo provvedimento.
Infatti con un autentico colpo di mano, un settore che si riteneva e si
ritiene essenziale caratterizzare per la propria specificità, quale quello inerente agli
interventi di "ingegneria naturalistica", e' stato di fatto annientato con
l'avvenuta assimilazione nella "Declaratoria delle categorie di opere
specializzate", Categoria S1 nella quale sono state accorpate tutte le lavorazioni
inerenti: "movimento terra, demolizioni, sterri, sistemazione agraria e forestale,
verde pubblico e relativo arredo urbano".
E' appena il caso di sottolineare che una tale decisione comporterà,
accanto ad una grande confusione, un gravissimo danno economico a tutto quelle imprese
operanti nel settore delle sistemazioni agrarie e forestali e , piu' in generale,
nell'esecuzione di opere di ingegneria naturalistica.
Infatti esistono nel nostro Paese numerose e qualificate ditte
specializzate nel settore del recupero a verde e dei ripristini ambientali con tecniche di
bioingegneria che non hanno nulla a che spartire con le grosse ditte operanti nei lavori
di movimento terra.
Sono assai frequenti, anzi, i casi in cui sono proprio le ditte
specializzate negli interventi di bioingegneria che debbono provvedere al recupero
paesaggistico e funzionale di aree e/o porzioni di territorio deturpate dagli interventi
di movimento terra: tecnologie estremamente semplificate ed hard quelle di movimento terra
rispetto alle piu' sofisticate e specialistiche tecniche di bioingegneria proprie delle
prime.
Semmai la logica che doveva presiedere alla nuova classificazione,
avrebbe dovuto garantire alle ditte iscritte all'ex cat.11 dell'ANC (lavori di
sistemazione agraria, forestale e di verde pubblico) di poter eseguire quei lavori propri
della categoria 1 (lavori di terra con eventuali opere connesse in muratura e cemento
armato di tipo corrente-demolizioni e sterri). Basterebbe al riguardo considerare
l'esempio classico di un lavoro proprio della cat.11, vale a dire la costruzione di
un'area verde attrezzata, quale ad esempio un parco pubblico.
Per un 'opera di tale tipo, circa il 70% delle opere e' costituito
dalla fornitura di piante, arbusti, allestimento di fioriere, semina di prati, ecc..mentre
il rimanente e' costituito dalla costruzione di piste pedonali, costruzione di cordoli di
contenimento delle aiuole, creazione di piccole colline e talvolta bonifica vera e propria
dell'area interessata dall'intervento (spesso, come e' noto, un'area verde viene costruita
su vecchi piazzali industriali dismessi, quando non addirittura su vecchie discariche di
inerti). Che tutto cio'possa essere ridotto e/o assimilato al mero movimento terra lascia,
per lo meno, alquanto perplessi.
E' evidente, infatti, che in simili interventi la competenza specifica
di ditte specializzate nel "movimento terra", non ha nulla a che vedere con le
necessarie tecnologie di tipo leggero ed estremamente qualificato che tali interventi
richiedono.
Insomma e' evidente che, mentre l'utilizzo di macchinari, attrezzatura
e conoscenze proprie dei lavori di movimento terra (escavatori, pale gommate, mezzi
d'opera in genere, costruzione di piste ciclabili o pedonali, movimentazione di terra
ecc..) sono d'uso corrente per le ditte iscritte all'oramai ex cat. 11 dell'ANC; nel caso
delle ditte di movimento terra (le quali per loro natura eseguono opere anche di grandi
dimensioni nel comparto delle costruzioni civili, industriali ed agrarie) sono proprio
esse che, almeno sino ad ora, hanno lasciato alle ditte specializzate dell'ex Cat. 11
dell'ANC, il compito di eseguire gli interventi di armonizzazione funzionale e
paesaggistica.
Non va poi dimenticato che le ditte specializzate nel settore degli
interventi di cui all'ex art.11 dell'ANC sono le uniche che, sin qui, hanno cercato di
adottare tecnologie specializzate nel campo biogenetico, per quanto attiene la scelta
delle sementi che andra' sempre piu' finalizzata verso la difesa della biodiversità
forestale ed arbustiva e, quindi, delle specie autoctone, reclamando una serie di
conoscenze e di competenze botaniche, floristiche e forestali del tutto estranee, per lo
piu', alla cultura ed alla curva di esperienza delle imprese del comparto piu'
tradizionale del movimento terra.
E tutto cio' appare tanto piu' grave, nel momento in cui il nostro
Paese, con l'avvenuta sottoscrizione della convenzione per la difesa della biodiversità,
dopo UNCED'92 di Rio, si e' assunto una serie di impegni e si accinge a varare il Piano
nazionale della biodiversità, nel quale un peso specifico verra' proprio assegnato al
tema della difesa delle specie forestali ed arbustive autoctone delle diverse realtà
regionali. Il che, tra l'altro, comporterà non poche innovazioni anche in materia di
applicazione delle norme sul VIA (Valutazione di impatto ambientale) le quali,
attualmente, sostanzialmente prescindono da considerazioni relative alla difesa biologica
e biogenetica.
Tutto cio' reclama e reclamerà una sempre piu' spinta
specializzazione, mentre con l'improvvida scelta di omologazione al ribasso compiuta, si
va esattamente nella direzione opposta, con il bel risultato che finirà come sempre con :
" il pesce piu' grande che mangia il piu' piccolo".
Qui, come nell'economia monetaria, finirà ancora una volta per valere
la legge di Gresham per cui: " la moneta cattiva scaccia quella buona" e le
imprese che sino a ieri erano fortemente impegnate nei lavori di movimento terra, senza
alcun'altra competenza specifica, potranno liberamente appropriarsi anche di quelli
interventi che reclameranno tecniche assai piu' sofisticate ed a rischio .
Forti, in virtu' dei consistenti importi delle lavorazioni di movimenti
terra sinora eseguiti, di elevati livelli di iscrizione all'albo, basterà che qualche
amministrazione pubblica "amica" elevi significativamente il livello di
iscrizione minimo necessario per l'esecuzione dei lavori, per attribuire di fatto alle
imprese tradizionali del movimento terra il predominio pressoche' assoluto di tutto il
mercato cui si riferisce l'attuale categoria S1.
Anzi sara' sufficiente cumulare nei bandi ( ed oggi risulta addirittura
risulta obbligatorio, considerata l'avvenuta assimilazione in un'unica categoria dei
lavori di movimento terra con quelli piu' specializzati di sistemazione agraria e
forestale, verde pubblico e relativo arredo urbano) gli importi di tutti questi lavori per
espellere dalla partecipazione alle gare stesse proprio quelle imprese specializzate che
hanno sin qui effettuato gli interventi specifici di ingegneria naturalistica.
O scomparire o farsi assorbire dalle imprese di movimento terra: e',
dunque, questo il destino che gli estensori del decreto hanno pensato di preparare per le
imprese italiane specializzate negli interventi di ingegneria naturalistica?
Sarebbe questa la liberalizzazione dei mercati e la trasparenza che si
intende conseguire?
Con ogni probabilità c'é da ritenere che gli estensori del decreto di
cui trattasi, non abbiano tenuto conto delle conseguenze drammatiche che tali scelte da
loro effettuate comporteranno e già comportano per le piccole e medie imprese
specialistiche a tutto favore di quelle meno specializzate e piu' forti sul piano dei
fatturati e, dunque, dei limiti di iscrizione all'albo.
Ma, soprattutto, gli estensori del presente decreto non hanno tenuto
conto che nella maggior parte dei casi le ditte iscritte all'ex cat.11 dell'ANC erano e
sono ditte che eseguono lavori specializzati di ingegneria naturalistica con tecniche che
comportano conoscenze in campo ambientale, idraulico (specie quando trattasi di lavori di
difesa spondale e di rinaturalizzazione con tecniche bioingegneristiche) e/o addirittura
della biodiversità vegetale.
Infatti la lotta all'inquinamento genetico e la difesa della
biodiversità, concetti del tutto assenti nella cultura specifica del "movimento
terra", sono invece prerogative cardine in tutti i piu' importanti interventi di
piantumazione, semina, riforestazione che si eseguono al fine di reintegrare
paesaggisticamente una grande opera infrastrutturale,come ad esempio negli interventi di
recupero nelle opere relative ai grandi tracciati autostradali,ferroviari, pipeline
ecc..
Insomma in questi casi si richiede una specializzazione che, l'avvenuta
omologazione delle opere specialistiche a quelle piu' generiche di "movimento
terra" tende di fatto ad annullare.
Ecco perche' si ritiene che la vecchia categoria 11 dovrebbe restare a
se stante come specifica categoria speciale, essendo tra l'altro l'unica delle 20
categorie che tratta specificatamente della sistemazione ambientale.
La proposta che, dunque, in via principale, si intende
avanzare, a rettifica di quanto assai improvvidamente e' stato stabilito con il decreto in
oggetto, e' quella di creare una classificazione speciale per i lavori di sistemazione
forestale, verde pubblico , arredo urbano e di ingegneria naturalistica, cosi' come e'
stato gia' previsto per altre categorie. In tal modo troverebbero ragion d'essere tutte e
solo quelle ditte che fanno del recupero ambientale la loro principale attività economica
e si fornirebbe ai cittadini, privati ed enti pubblici, la miglior garanzia di vedere
realizzate opere di ingegneria naturalistica nel pieno rispetto delle fondamentali
esigenze di natura ecologica e per la stessa difesa della biodiversità.
In via del tutto subordinata se proprio si volesse accomunare
l'ex categoria 11 ad un'altra, per ineluttabili esigenze di accorpamento ( e non sempre la
semplificazione e' origine e condizione di effettiva razionalizzazione) al fine di
semplificare l'Albo Nazionale dei Costruttori, l'unica categoria che per qualche verso e'
assimilabile ai lavori di sistemazione agraria e forestale, lungi dal poter essere quella
dei lavori di movimento terra, e' la categoria ex 10/b che tratta di lavori di difesa e
sistemazione idraulica, vale a dire lavori che normalmente vengono eseguiti per
sistemazioni spondali e che oggi vedono l'utilizzo di costruzioni bioingegneristiche(opere
miste di legname e pietrame, grate vive, coperture diffuse, ecc.) proprie dei lavori
specialistici di cui sopra.
Ettore Bonalberti
Coordinatore comitato tecnico scientifico di
ANARF (Associazione Nazionale delle Aziende Regionali delle
Foreste)
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ON THE RELEVANCE OF GENETIC DIVERSITY FOR FOREST FUNCTION
Commento di F. Magnani e G. Bucci
(Inviato alla "First Electronic Conference on Research and Biodiversity" -
4 May - 14 June 1998, http://www.gencat.es/mediamb/biodiv)
Conservation of forest biodiversity can be based on different motivations:
ethic, aesthetic and cultural. As scientists, we are required to provide scientific
criteria for future conservation policies, focusing in particular on the functional value
of biodiversity.
How crucial is biodiversity for the functioning and survival of forest
ecosystems in a changing environment? The widely accepted belief (often referred to in
this discussion) has it that diverse systems are more stable and even more productive.
However, as noted by several contributors in the General section, this is still a matter
of debate: it's still unclear what are the causes and the consequences of biodiversity. We
should therefore ask what the relevance of biodiversity is for the different properties of
the ecological systems: its productivity, resistance and resilience, which together
determine the stability of the system.
This lack of knowledge is not an excuse for inaction. As pointed out by Lajos
Haidu in the General section, it's necessary to have a two-level approach: we have to base
present conservation policies onto "widely accepted believes", although not
scientifically proven. At the same time we have to deepen our understanding of ecosystem
function, so as to be able to tune our conservation policies in the future. In particular,
given the limited resources available for conservation, it seems important to understand
(not only guess!) what forest ecosystems are more (functionally) fragile and therefore in
greater need of protection.
As pointed out in Rio (1992), it's possible to distinguish several levels of
biodiversity, at different scales: landscape, community, species and intraspecific
(genetic) level. In the Forestry discussion group, attention has focused on the first
three levels, whilst little has been said on the value of genetic diversity. Understanding
the functional value of genetic variability of each biotic component of an ecosystem (in
terms of acclimation and adaptation) is basic to quantifying the stability of the whole
system (in terms of resiliance and resistance). This is even more important in the case of
forest trees as they are "ecological dominants", whose adaptive and evolutive
capability can influence the structure of the whole community in a dramatic way.
Most forest tree species are characterized by high levels of genetic diversity.
Although most of this variability resides within the population, large differences in
phenotypic traits exist among geographic races and ecotypes, as demonstrated in many IUFRO
(and now EU) provenance trials. Little is known, however, of the functional value of this
variability. Four central questions, in particular, have to be answered:
 | What is the value of within-population diversity for forest productivity? Under
continuously variable conditions (typical of the forest environment even in the absence of
major disturbances), does a population composed of many individuals with different
functional optima perform better than a homogeneous population? |
 | The stability of an ecosystem arises from the interaction of its components. At the
population level, what is the relative role of individual plasticity or intra-population
diversity? Is the balance between these two co-occurring processes the same at the optimum
and in marginal conditions for the species, where the potential for phenotypic plasticity
could be stretched to the limit? |
 | At the species level, what is the relevance of ecotypic differentiation vs individual
phenotypic plasticity? In other words, to what extent is the wide range of many forest
tree species the consequence of the (genetically based) differentiation of races and
ecotypes and to what extent the result of the ability of individuals to acclimate to a
vast range of environmental conditions? Although provenance and progeny tests have already
attempted to address this question, a functional understanding is still missing. |
 | Also at the species level, what is the potential for medium-term adaptation to changing
conditions through gene recombination? Could northern provenances, for example, adapt to
warmer conditions, or are the required genes limited to southern provenances? This kind of
information can hardly be extracted from provenance tests, but would require a more
refined ecophysiological and molecular analysis. |
This could bear important implications for conservation strategies. If we focus
on the functional value of biodiversity with the aim of conserving the adaptive potential
of the species, for example, it would be crucial to preserve relic populations that had
adapted to specific conditions and were repository of specific genes encoding for
functional traits. It could make little sense, on the contrary, to preserve relic
populations of a species showing large phenotypic plasticity. This is not to say that
conservation in this case should be ruled out: it could make very good sense for different
reasons. It is important, however, to be clear about what really motivates our
conservation choices.
These questions should be answered scientifically by a combination of different
approaches: functional (i.e. ecophysiological) and molecular analysis, historical
analysis, ecological modelling.
None of these tools is ideal or suited to answer these complex questions by
itself. Together they will provide the combination of analysis and synthesis that is the
backbone of science. As pointed out by Stuart Poss in the General session, our models are
often too simplistic and cannot capture all the emerging properties of ecological systems.
They are, however, the best available tools to formulate and test complex hypotheses and
to gain a real understanding (as opposed to feeling or mere description) of forest
ecosystems.
Federico Magnani
Dipartimento Produzione Vegetale
Università della Basilicata, Potenza, Italy
E-mail: federico@imgpf.fi.cnr.it
Gabriele Bucci
Istituto Miglioramento Genetico Piante Forestali
Consiglio Nazionale delle Ricerche, Firenze, Italy
E-mail: bucci@eagle.dsa.unipr.it
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LA CONFERENZA DI KYOTO E LE FORESTE
La terza Conferenza dei Partecipanti (COP-3) alla convenzione quadro delle Nazioni
Unite su i cambiamenti climatici (FCCC), si è tenuta a Kyoto (Giappone) dal 1 al 10
Dicembre scorso. I delegati dei paesi aderenti, si sono riuniti per stabilire l'adozione
di un protocollo o di un altra forma legale, che consentisse l'inizio di una fase di
"azioni" atte a contrastare l'azione dell'uomo sul sistema climatico. Lo scopo
di questo articolo è quindi necessariamente limitato ad effettuare un primo esame di
quegli aspetti che hanno una certa rilevanza per l'attività e per la ricerca
forestale.
Una breve storia della Convenzione sui Cambiamenti Climatici
Nel 1988 il programma ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) insieme all'organizzazione
mondiale per la meteorologia (WMO) costituirono un panel di esperti (IPCC), a livello
mondiale, con lo scopo di informare l'opinione pubblica e i politici di ciò che i
ricercatori andavano via via scoprendo sul tema dei cambiamenti climatici.
Nel 1990 questo panel di esperti produsse un primo rapporto (Houghton et al., 1990) che si
occupava di definire lo stato delle conoscenze sul sistema climatico e sui suoi
cambiamenti; l'impatto ambientale, economico e sociale di queste modificazioni; le
possibili strategie di risposta. In questo primo rapporto, si confermava l'esistenza di un
sensibile effetto dell'azione dell'uomo sul sistema climatico attraverso la massiccia
immissione di gas serra nell'atmosfera e la rimozione e/o il disturbo di importanti
riserve di carbonio, quali le foreste. In particolare, la deforestazione risultava essere
al secondo posto fra le sorgenti di emissione di origine antropica, dopo l'uso dei
combustibili fossili.
In quello stesso anno, durante la seconda conferenza mondiale sul clima, fu richiamata
l'attenzione sulla necessità di adottare una politica comune che limitasse le emissioni
di gas-serra nell'atmosfera. Sponsorizzata dal WMO e dall'UNEP, fu concordata una
dichiarazione che definiva i principi guida di un possibile trattato internazionale. Fra
questi principi guida si trovavano: la globalità dei cambiamenti climatici, quindi la
necessità di sensibilizzare tutti i Paesi; l'equità nello stabilire qualsiasi misura di
limitazione; la responsabilità comune a tutti i Paesi ma differenziata in relazione al
contributo e al grado di sviluppo economico (i Paesi più ricchi hanno maggiori
responsabilità); lo sviluppo sostenibile quale unico strumento di progresso ed il
principio della precauzione, ossia l'incertezza scientifica non giustifica l'inazione.
Questi principi guida, costituirono la base di un documento da sottoporre all'attenzione
di tutti i governi. Nel dicembre 1990 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite costituì
un comitato intergovernativo di negoziazione (INC) per la convenzione quadro sui
cambiamenti climatici (FCCC). Attraverso 5 incontri fra il febbraio 1991 ed il maggio
1992, la suddetta Convenzione fu stilata ed adottata il 9 maggio 1992. La convenzione fu
firmata dai 154 Stati, fra cui l'Italia, durante il Congresso di Rio de Janeiro e nelle
settimane successive. La convenzione, sulla base dei principi generali sopra ricordati,
stabilì l'inizio di un processo informativo sulle emissioni di gas serra da parte dei
Paesi maggiormente industrializzati (riuniti nell'allegato I) e sulle strategie da questi
messe in atto per contrastare, sensu lato, i cambiamenti climatici. Queste informazioni
sarebbero state regolarmente revisionate per stabilire lo stato di avanzamento della
convenzione stessa. Inoltre, i Paesi in via di sviluppo diedero il loro assenso
all'attivazione di meccanismi di trasferimento finanziario e tecnologico per migliorare la
loro capacità di agire nella direzione di una riduzione dell'impatto sul clima.
La Convenzione è entrata in vigore il 21 marzo 1994, attualmente è stata firmata da 170
Paesi.
Dopo il summit di Rio, il Comitato per la negoziazione (INC) ha svolto diversi incontri
per definire gli strumenti operativi del trattato. La sessione finale (undicesima) si è
svolta nel febbraio 1995 ed ha individuato la Conferenza delle Parti (COP) come autorità
suprema. Questa si è riunita per la prima volta a Berlino dal 28 marzo al 7 aprile 1995.
La Conferenza, ha posto come obiettivo ai Paesi dell'allegato I, cioè quelli maggiormente
sviluppati, la riduzione entro il 2000 delle loro emissioni al livello del 1990, ed ha
definito inoltre un nuovo strumento legale per il periodo post-2000. Con questo mandato è
stato costituito il gruppo Ad Hoc di Berlino (AGBM) il cui lavoro è terminato questo
dicembre nella COP-3 di Kyoto.
Le posizioni dei diversi Paesi alla conferenza di Kyoto
I danni prodotti dai cambiamenti climatici insieme alle politiche per limitare
l'immissione di gas serra, hanno delle ripercussioni importanti sulle economie dei diversi
Paesi. L'entità delle emissioni dei Paesi sviluppati è pari a circa 2/3 delle emissioni
globali. In aggiunta, il rapporto pro capite è fortemente sbilanciato a favore di questo
gruppo di Paesi. Per questi motivi le strategie politiche con cui i delegati dei diversi
governi sono arrivati alla conferenza di Kyoto, erano sostanzialmente diverse.
La posizione dell'Unione Europea, firmataria essa stessa della convenzione, in aggiunta ai
singoli Paesi membri, era sicuramente la più avanzata nella direzione di una riduzione
delle emissioni, sia per quantità sia per i tempi proposti; d'altra parte, l'Unione
Europea non appoggiava le ipotesi di una differenziazione degli obiettivi di riduzione
proposti.
La posizione degli altri Pesi sviluppati (JUSSCANNZ),
Giappone-USA-Svizzera-Canada-Australia-Norvegia-Nuova Zelanda, era più flessibile e
indubbiamente diversificata nel definire i possibili obiettivi di riduzione.
I Paesi con economia in transizione appartenenti al blocco della ex-Unione Sovietica,
guidati dalla Russia, con forti responsabilità nel bilancio delle emissioni globali,
proponevano un contenimento delle emissioni meno accentuato, per entità e tempi di
attuazione, di quello degli altri due gruppi.
Le posizioni dei Paesi facenti parte del G77 (Paesi in via di sviluppo) e della Cina,
concordavano nella richiesta di aiuti tecnologici e finanziari che consentissero nel lungo
periodo il contenimento delle emissioni. In particolare, i Paesi con forti potenzialità
forestali erano interessati ad includere la forestazione come attività importante per
contrastare le emissioni di CO2.
L'alleanza degli Stati su piccole isole (AOSIS), maggiormente vulnerabili per
l'innalzamento del livello degli oceani, spingevano fortemente per un'azione immediata nel
ridurre le emissioni. L'organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC),
preoccupati delle ripercussioni economiche delle misure di contenimento, suggerivano una
maggiore cautela ed evidenziavano le incertezze ancora esistenti nel mondo scientifico
sull'entità dei cambiamenti climatici.
Le organizzazioni dei gruppi finanziari, preoccupati dell'impatto economico delle misure
di contenimento, proponevano un approccio più graduale al problema. D'altro lato, i
gruppi assicurativi si schieravano a favore di una politica forte nel senso di una
riduzione delle emissioni, a causa della preoccupante crescita degli effetti di eventi
climatici estremi. Non trascurabile, infine, l'interesse ad una forte politica di
riduzione, di gruppi industriali interessati ad operare nel settore di nuove tecnologie a
basso impatto ambientale. Le posizioni dei gruppi "verdi" fortemente attive
nella direzione di un trattato che ponesse da subito politiche di un forte contenimento.
Queste organizzazioni appartenevano in prevalenza al gruppo dei Paesi sviluppati.
Un'associazione di sindaci di grandi città, importanti gestori di una buona parte dei
consumi energetici del mondo, che ha partecipato a convegni paralleli per poter presentare
il proprio punto di vista.
Il protocollo di Kyoto: un primo passo di un lungo percorso
Al termine della conferenza è stata raggiunta un'intesa su di un testo, che in forma di
protocollo d'intesa, dovrà essere portato alla firma di almeno 55 Paesi, compresi quelli
inseriti nell'allegato I, a cui corrispondono emissioni per il 1990 pari ad almeno il 55%
del globale. Ampio è il significato politico di questa intesa sia nelle sue linee
generali sia per i numerosi strumenti tecnici operativi che verranno attivati.
All'articolo 2 il dell'accordo raggiunto a Kyoto prevede un impegno dei paesi firmatari
per lo sviluppo e la protezione delle foreste, in quanto importanti riserve naturali di
carbonio (sink), per la promozione di una selvicoltura sostenibile, per lo sviluppo di
attività di afforestazione e riforestazione.
L'articolo 3, nei suoi diversi commi, definisce le modalità ed i livelli della riduzione
delle emissioni di gas serra. In sintesi, esso stabilisce che i Paesi inclusi
nell'allegato I, a forte sviluppo economico, dovranno individualmente o insieme assicurare
che l'emissione aggregata dei sei gas serra, espressi in termini di CO2
equivalenti, si riduca nel periodo 2008-2012 di almeno il 5% rispetto al livello
registrato per il 1990. In particolare, per tutti i Paesi dell'Unione Europea la riduzione
per quella data dovrà essere dell'8% e inoltre, progressi in questa direzione dovranno
essere dimostrati già dall'anno 2005.
Il cambiamento delle emissioni al netto della rimozione ottenuta con attività di
afforestazione e riforestazione, inclusa l'eventuale deforestazione con effetto ovviamente
opposto, a partire dal 1990, potranno essere utilizzate per il raggiungimento degli
obblighi sopracitati. Queste attività dovranno essere valutate in modo trasparente e
verificabile in accordo con i successivi articoli 7 e 8. Condizione indispensabile è
quella di una stima della quantità di carbonio immagazzinata dalle foreste nel 1990,
secondo precise metodologie che tengano conto di quanto proposto dall'IPCC e dal comitato
tecnico-scientifico di revisione (SBSTA). Grande importanza potrà assumere la
possibilità di effettuare scambi di unità di riduzione fra i diversi Paesi. Questo
"mercato" dovrebbe infatti consentire una certa flessibilità ai diversi Paesi e
al contempo il raggiungimento degli obiettivi prefissati dal trattato. La certificazione
di queste unità di riduzione è il requisito indispensabile perché possa avvenire lo
scambio.
All'articolo 5 viene stabilito l'obbligo di un sistema nazionale di quantificazione
delle emissioni e delle rimozioni, da realizzarsi al più tardi un anno prima dell'inizio
del periodo 2008-2012. Le metodologie dovranno essere accettate dall'IPCC, approvate e
periodicamente aggiornate dalla Conferenza delle Parti ovvero dal comitato tecnico
scientifico (SBSTA). Annualmente dovranno essere trasmesse le informazioni relative al
suddetto bilancio, con le informazioni supplementari previste all'articolo 7. Queste
informazioni saranno verificate da un team di esperti, nominati dai diversi Paesi in
aggiunta ad esperti di organizzazioni intergovernamentali (art. 8). Gli obblighi assunti
da tutti i Paesi firmatari, in aggiunta ai precedenti impegni di riduzione delle emissioni
che riguardano unicamente i Paesi dell'allegato I, sono riportati nell'articolo 10. In
forza di questo articolo dovranno pertanto essere formulati programmi per il miglioramento
qualitativo dei fattori di emissione, analizzate le condizioni socioeconomiche che
potrebbero ostacolare la realizzazione di precisi inventari con le metodologie previste
per i Paesi dell'allegato I. Dovranno essere formulati, implementati, pubblicati e
regolarmente aggiornati i programmi a scala regionale, contenenti misure idonee alla
mitigazione ed al contenimento degli effetti dei cambiamenti climatici. Tra questi
programmi sono inclusi quelli relativi all'attività forestale. Si dovranno stabilire
efficaci modalità di cooperazione allo sviluppo, e nel campo della ricerca scientifica e
tecnica. Per quest'ultima, il mantenimento e lo sviluppo di osservazioni sistematiche con
la creazioni di archivi, per ridurre le incertezze legate ai cambiamenti climatici. Si
dovranno stabilire programmi di cooperazione nel campo dell'educazione e della formazione
di personale specialistico, in particolare nei paesi in via di sviluppo, e il pubblico
accesso alle informazioni sui cambiamenti climatici.
Nell'articolo 12 si istituisce un ufficio detto "meccanismo per uno sviluppo
pulito" (CDM). Scopo di questo organismo sarà quello di fornire aiuti, anche
finanziari, ai Paesi che non fanno parte dell'allegato I, per la realizzazione di uno
sviluppo sostenibile. Ulteriore obiettivo sarà quello di aumentare le capacità dei
diversi Paesi ad aderire a programmi più impegnativi di contenimento delle emissioni. I
Paesi che non fanno parte dell'allegato I, potranno beneficiare di progetti per la
riduzione certificata delle emissioni promossi dai Paesi del primo gruppo. Questi ultimi a
loro volta, potranno portare a sconto nel bilancio del periodo 2008-2012, le unità di
riduzione accumulate a partire dal 2000.
Il processo di firma del protocollo avrà inizio il 15 Marzo 1999, presso il quartier
generale delle Nazioni Unite a New York
L'ampiezza del trattato e le numerose implicazioni sulle politiche nazionali ed
internazionali dello stesso, rimandano ad una più complessa trattazione dell'argomento.
Ma, alcuni scenari di fondo possono essere già tratteggiati da queste prime
informazioni:
 | la firma del trattato da parte dell'Unione Europea, considerata come Parte ulteriore
rispetto ai Paesi a questa aderenti, porterà probabilmente ad una serie di azioni sul
doppio binario sia Nazionale che europeo. Infatti, l'obbligo di ridurre le emissioni è
stato assunto anche dall'Unione come sistema integrato e non è quindi improbabile che
degli altri obblighi potranno derivare al nostro Paese anche dall'appartenenza
all'U.E.; |
 | la possibilità di scambiare unità di riduzione potrà consentire un dinamico
aggiustamento della crescita economica dei Paesi sviluppati, ma anche rapporti intensi con
i Paesi in via di sviluppo; |
 | anche se per questo primo periodo l'attività forestale scontabile è
"limitata" alla forestazione sensu lato, diverse sollecitazioni sono state
presentate perché vengano incluse nei calcoli anche la conservazione ed il miglioramento
della capacità di accumulo delle foreste, attraverso interventi selvicolturali adeguati.
Si confrontino in tal senso le conclusioni del secondo rapporto dell'IPCC (1996), che
auspica un forte impegno della ricerca in questo settore; |
 | la frequenza annuale con cui sono richiesti i dati relativi alle emissioni, al netto di
quei processi che aumentino l'accumulo di carbonio quali le attività forestali, rende
necessaria la rapida realizzazione di moderni sistemi di analisi e di valutazione capaci
di tenere conto dei diversi processi che avvengono negli ecosistemi
forestali; |
 | un maggiore impulso alle ricerche sugli effetti delle pratiche selvicolturali, del clima
e dell'aumento di CO2 sui bilanci del carbonio delle foreste italiane, potrà
consentire in futuro di poter partecipare con maggiore efficacia al dibattito sulle
modalità di sconto rese possibili dalla corretta gestione forestale. |
Alcuni dati recenti
Il rapporto del 1997 sui consumi energetici globali, pubblicato dall'Amministrazione
per l'Informazione Energetica degli Stati Uniti, mostra che vi è nel mondo una continua
crescita dei consumi energetici derivanti dai combustibili fossili. Tra il 1990 ed il 1995
è stato registrato un incremento del 4% nelle emissioni globali di carbonio. In questo
stesso periodo, l'incremento dovuto ai Paesi industrializzati era pari al 5.6 %, mentre
nei Paesi in via di sviluppo questo aumento è stato del 30%. Le emissioni nel 1990 da
parte dell'Europa occidentale sono state di 1016 milioni di tonnellate di carbonio, pari a
circa il 17% delle emissioni globali. Nel 1995 queste rappresentavano il 16% delle
emissioni globali, con una emissione di carbonio pari a 1014 milioni di tonnellate. La
crisi politica ed economica ancora in corso nei Paesi dell'Europa orientale e, forse,
anche la riconversione del loro apparato industriale, hanno portato ad una contrazione
delle emissioni nel periodo sopra considerato. La riduzione è stata pari a circa il 33%.
In accordo con quanto riportato dal comitato tecnico-scientifico (SBSTA) alla conferenza
di Kyoto, in Italia le emissioni di carbonio per il 1990 sono state pari a circa 117
milioni di tonnellate. Nello stesso anno, le foreste italiane, rimuovevano dall'atmosfera,
secondo stime ufficiali, circa 10 milioni di tonnellate di carbonio (8.5% delle
emissioni), al netto delle emissioni dovute alle utilizzazioni forestali. Per il 2000 il
bilancio netto delle foreste, dovrebbe aumentare a circa 12.7 milioni di tonnellate di
carbonio. Il contributo delle foreste e del cambiamento d'uso del suolo al bilancio netto
del carbonio dei Paesi sviluppati, negli anni dal 1991 al 1994, è stato mediamente pari
all'8%. Recenti misure di scambi gassosi di ecosistemi forestali (Valentini et al., 1996),
effettuate con tecniche sperimentali, mostrano che nelle nostre faggete appenniniche vi
può essere un accumulo pari a circa 5.4 tonnellate di carbonio per ettaro, su base annua.
Misure effettuate con classiche tecniche di campionamento della biomassa, hanno dimostrato
che circa il 50% del carbonio accumulato dalle foreste viene immagazzinato nelle
componenti ipogee, cioè radici e sostanza organica del terreno. Non è pertanto da
trascurare la dinamica dei flussi di carbonio fra i diversi comparti dell'ecosistema
forestale, per poter quantificare l'accumulo del carbonio nelle nostre foreste.
Bibliografia
- Houghton J.T., Henkins G.J., Ephraums J.J., 1990 - Climate change: the IPCC scientific
assesment. Cambridge University Press, New York.
- Valentini R., De Angelis P., Matteucci G., Monaco R., Dore S. & Scarascia Mugnozza
G.E., 1996. Seasonal net carbon dioxide exchange of a beech forest with the atmosphere.
Global Change Biology 2:199-207.
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EUROSILVA - Lettera ai soci di G. Scarascia-Mugnozza
Caro collega,
ho il piacere di informarti, che lo scorso anno, l'Unione Europea ha costituito
un'azione COST nel settore della Fisiologia degli alberi forestali, denominata EUROSILVA.
L'obiettivo delle Azioni COST è quello di favorire la cooperazione e gli scambi di
informazioni nell'ambito dell'attività di ricerca scientifica in Europa. In particolare,
l'Azione EUROSILVA, diretta dalla prof.ssa Huttunen, è organizzata in tre "working
groups":
 | growth and development (coord. Prof. B.
Sundberg) |
 | tree nutrition and water relations (coord. Prof. Jarvis) |
 | biotic and abiotic interactions (coord. Prof. R.
Matyssek). |
L'attività di EUROSILVA consiste in:
 | realizzazione di un "data-base" con i nomi e gli indirizzi dei ricercatori
europei impegnati nel settore della fisiologia ed ecofisiologia forestale; |
 | organizzazione di incontri annuali di ricerca su temi
specifici; |
 | finanziamento di borse di studio di breve durata per giovani
ricercatori. |
Maggiori informazioni su EUROSILVA saranno a breve disponibili sul sito Internet della
Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale.
Al fine di documentare l'attività che in Italia viene svolta nel campo della fisiologia
applicata ai sistemi forestali ti sarei grato se potessi inviarmi per e-mail o per fax
l'elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte in questo campo, negli anni 1996/97,
dal tuo gruppo di ricerca.
Ringraziandoti per la collaborazione rimango a tua disposizione per qualsiasi chiarimento
o richiesta di informazioni.
Giuseppe Scarascia Mugnozza
delegato italiano EUROSILVA
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CONVEGNO SUGLI ECOSISTEMI FORESTALI - Report di M. Borghetti
Dal 24 al 30 gennaio u.s. si è tenuto a Bad Moos (Alta Pusteria) un workshop congiunto
di quattro progetti europei sugli ecosistemi forestali (EUROFLUX - ECOCRAFT - MEDEFLU-
LTEEF_II) finanziati nell'ambito del programma Ambiente e Clima della Comunità
Europea.
Il convegno, cha ha visto la partecipazione di tutti i principali esperti europei e una
significativa partecipazione di studiosi nord-americani, si proponeva come obbiettivo di
favorire l'integrazione operativa fra i ricercatori che lavorano nell'ambito delle misure
di flusso e sul bilancio del carbonio a scala ecosistemica (EUROFLUX, MEDEFLU), coloro che
indagano la risposta dei processi ecofisiologici alle mutate condizioni ambientali
(aumentati livelli di CO2 in atmosfera) (ECOCRAFT) e coloro che sono impegnati
nel tentativo di modellizzare il bilancio del carbonio e la produttività delle foreste
sotto scenari di cambiamento climatico (LTEEF-II).
Grazie soprattutto al grande impegno, organizzativo e intellettuale, del dr. Riccardo
Valentini (Università della Tuscia), leader del progetto EUROFLUX e fra i più attivi
ricercatori nel settore a livello internazionale, i risultati del workshop sono risultati
pienamente aderenti agli obbiettivi dichiarati e alle speranze della comunità
scientifica. In particolare, non ci si può non rallegrare del fatto che finalmente (e
anche grazie al forte contributo dei ricercatori italiani) la ricerca sugli ecosistemi
forestali risulti ora efficacemente integrata a livello europeo. Ciò certamente aumenta
la rilevanza delle ricerche, dal punto di vista scientifico, applicativo e agli occhi dei
committenti. Al dr. Valentini, attivo componente del comitato direttivo del BAHC
(Biospheric Aspects of the Hydrological Cycle, core project del progetto IGBP), va anche
attribuito il progetto, valutato con pieno favore dalla comunità scientifica
internazionale presente a Bad Moos, di una integrazione operativa fra la rete europea di
misura dei flussi ecosistemici e quella americana (AMERIFLU), per costituire una rete di
misura (FLUXNET) con valenza planetaria.
Marco Borghetti
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