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Forum di discussione della Società

 

18 Luglio 2000 - Le foreste italiane e la riduzione dei gas serra nel rispetto del protocollo di Kyoto - Comunicazione di G. Scarascia Mugnozza

5 Maggio 1999 - Ecology Letters coverage by ISI Current Contents - Comunicazione di F. Miglietta

10 Marzo 1999 - 1998/99 News: IUFRO Research Group 7.04.00 "Impacts of Air Pollutants on Forest Ecosystems" - Meeting News di K. Percy

10 Marzo 1999 - II° riunione del Gruppo di Lavoro SISEF: "Effetti dell'Inquinamento sugli Ecosistemi Forestali - Report di E. Paoletti

8 Ottobre1998 - La Foresta Trascurata - Intervento di M. Borghetti

8 Settembre 1998 - Considerazioni relative al decreto del ministero dei lavori pubblici n.304 del 15.5.98: "Regolamento concernente la nuova tabella delle categorie di iscrizione all'Albo nazionale dei costruttori" - Intervento di E. Bonalberti

20 Maggio 1998 - On the relevance of genetic diversity for forest function - Intervento di F. Magnani e G. Bucci

15 Febbraio 1998 - La Conferenza di Kyoto e le foreste - Intervento di P. De Angelis

15 Febbraio 1998 - EUROSILVA - Lettera ai soci di G. Scarascia-Mugnozza

15 Febbraio 1998 - Report del Convegno sugli Ecosistemi Forestali di Bad-Moos (EUROFLUX, ECOCRAFT, MEDEFLU, LTEEF-II) - M. Borghetti

 

 

Le foreste italiane e la riduzione dei gas serra nel rispetto del protocollo di Kyoto

Sintesi dell’incontro di Roma del 27-28 marzo 2000

Giuseppe Scarascia Mugnozza
DISAFRI – Università degli Studi della Tuscia, Viterbo
e-mail: gscaras@unitus.it

La concentrazione in atmosfera dei cosiddetti gas serra, in particolare di anidride carbonica (CO2), è in continuo aumento. Alla fine del 1999, la concentrazione di CO2 in atmosfera aveva raggiunto 370 parti per milione, ben il 30% in più rispetto alla concentrazione del periodo pre-industriale (280 ppm nel 1860); peraltro, recenti stime prevedono che arriverà ad una concentrazione di circa 700 ppm per la fine di questo secolo. Inoltre, è molto probabile che questi cambiamenti stiano già determinando un impatto significativo sul clima del pianeta e, di consegueza, sugli ecosistemi naturali.

Per ridurre i rischi connessi con i cambiamenti ambientali, l’Italia, insieme agli altri paesi industrializzati, si è impegnata nell’ambito della convenzione quadro sui cambiamenti climatici (FCCC, Rio de Janeiro, 1992), di cui il protocollo di Kyoto è uno degli strumenti, a ridurre le proprie emissioni di gas serra di circa il 5% rispetto a quelle del 1990.

Gli impegni sottoscritti sono di rilievo sia per gli aspetti ambientali che economici: infatti, se le azioni di riduzione dei gas serra avranno un impatto importante sul rallentamento dei cambiamenti climatici già in atto, allo stesso tempo richiederanno anche notevoli costi di adeguamento industriale e di risparmio energetico. In questo contesto, il protocollo di Kyoto permette ai Paesi chiamati a ridurre le emissioni di CO2 rispetto a quelle del 1990 di poter imputare a sconto di tali riduzioni gli aumenti di assorbimento di CO2 dovuti agli interventi umani di forestazione, riforestazione e controllo della deforestazione, anch’essi calcolati rispetto al 1990.

Queste considerazioni hanno portato ad organizzare a Roma, presso il Teatro dei Dioscuri, il 27 e 28 marzo scorsi, il Convegno su "Le foreste italiane e la convenzione sul clima: il contributo per la riduzione dei gas serra nel rispetto del protocollo di Kyoto".

L’incontro, promosso e organizzato dall’Accademia delle Scienze detta dei XL, dall’Accademia Italiana di Scienze Forestali e dalla Società di Selvicoltura ed Ecologia Forestale, si è articolato in 15 relazioni. I relatori provenivano da realtà istituzionali e tecniche (Ministero dell’Ambiente e ANPA, Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e CFS, Ministero dell’Università e Ricerca Scientifica e APRE, ENEA), da istituzioni scientifiche, sia universitarie (Università della Tuscia di Viterbo, di Firenze, di Padova, di Torino, della Basilicata, di Parma) che a livello di istituti di ricerca (CNR-IATA, MIPAF-ISAFA) e anche da realtà industriali (ENITecnologie).

La scelta dei relatori e delle istituzioni da loro rappresentate aveva lo scopo di affrontare in modo completo il tema della riduzione dei gas serra nel rispetto delle convenzioni e dei protocolli internazionali sia dal punto di vista della ricerca che negli aspetti tecnico-politici ed economici.

Al termine delle relazioni e del seguente dibattito, sono emerse le seguenti conclusioni.

E’ stata individuata l’esigenza:

di monitorare i cambiamenti in atto ed il loro impatto sugli ecosistemi italiani. Come è infatti noto, l’area mediterranea è una tra quelle più a rischio per gli effetti dei cambiamenti, in particolare per la desertificazione e l’innalzamento del livello dei mari. In questo senso, vanno realizzate azioni comuni ed è necessario dotarsi degli strumenti tecnici idonei a misurare il cambiamento ed i suoi effetti e a prevederne gli impatti in futuro;
che il nostro Paese sia dotato di un sistema di determinazione del bilancio delle emissioni e degli assorbimenti di CO2 adeguato alle linee guida internazionali, in modo da rispondere con puntualità e efficacia alle richieste annuali di tali bilanci, come richiesto dalla convenzione sulla protezione del clima;

E’ stata riconosciuta l’importanza:

delle foreste naturali, dei rimboschimenti e delle piantagioni legnose a rapido accrescimento per la mitigazione dell’aumento di anidride carbonica e per aiutare il sistema Paese a far fronte agli impegni di riduzione. Infatti, ogni azione tendente a favorire da un lato la gestione forestale sostenibile e dall’altro la forestazione può essere considerata a triplo dividendo poichè favorisce l’assorbimento di anidride carbonica, la protezione del suolo e la produzione di biomasse in grado di sostituire, a emissioni zero, parte dei combustibili fossili ora utilizzati. In particolare, per quanto riguarda la determinazione dell’assorbimento di carbonio, va sottolineato il contributo che la gestione forestale sostenibile dei boschi italiani può fornire al Paese, grazie al suo continuo miglioramento e all’aumento della biomassa legnosa presente;
della ricerca scientifica italiana sul tema dell’impatto dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi; fino ad oggi la ricerca è stata prevalentemente sostenuta da finanziamenti europei e si sente la necessità di avere un programma di ricerca nazionale su questi aspetti. Infatti, gli obiettivi per i quali sono assegnati i fondi di ricerca internazionali non sempre sono adatti alle peculiarità degli ecosistemi mediterranei. In questo ambito risulta anche strategico un coordinamento delle iniziative di ricerca esistenti, così da poterne avere un più proficuo dividendo.
di avviare quanto prima il nuovo inventario forestale nazionale, di cui è già disponibile il piano di fattibilità.

E’quanto mai necessario cogliere alcune opportunità:

l’Italia dovrebbe aumentare l’uso di quei meccanismi flessibili messi a disposizione dal protocollo di Kyoto, quali la joint implementation ed il clean development mechanism, finora sotto utilizzati. Infatti, lo sforzo italiano verso l’implementazione di misure volte a creare serbatoi di carbonio nei Paesi in via di sviluppo è, allo stato attuale, praticamente inesistente;
il sistema italiano, sia a livello scientifico che tecnico, deve incrementare la partecipazione ai programmi di coordinamento internazionale, che possono garantire la continuità alle iniziative di ricerca;
per problemi molto rilevanti come quello dei cambiamenti climatici c’è bisogno di un maggiore coordinamento tra istituzioni tecnico-politiche e istituzioni scientifiche. Purtroppo queste ultime, che sono in grado di fornire informazioni utili in sede di negoziazione dei trattati, sono poco coinvolte nelle procedure tecnico-politiche;
la conservazione di un ruolo nazionale per il Corpo Forestale dello Stato, purchè rafforzato e orientato ad affrontare tali impegni, appare strategico ai fini di una maggiore efficacia dell’azione italiana nel rispetto delle convenzioni internazionali nel settore degli ecosistemi forestali.

 

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1998/99 News: IUFRO Research Group 7.04.00 "Impacts of Air Pollutants on Forest Ecosystems" - - Meeting News di K. Percy

Meeting News

The IUFRO 18th International Meeting for Specialists in Air Pollution Effects on Forest Ecosystems, Forest Growth Responses to the Pollution Climate of the 21st Century, was held September 21-23, 1998 at Heriot-Watt University, Edinburgh, Scotland. The meeting was hosted by UK The Institute of Terrestrial Ecology - Bush Estate, in collaboration with the UK Forestry Commission, Northern Forest Research Station. One-hundred thirty one scientists from 20 countries attended representing 7 IUFRO regions, Northern Europe, Central Europe, Eastern Europe, Mediterranean, Northern Europe, Asia and Western Pacific.

The Scientific Committee with IUFRO Coordinators and Deputies adopted a new session structure, the objective of which was to stimulate activity within the six Working Parties. The two one-day plenary sessions were devoted to the two important air pollution issues, nitrogen deposition and ozone. Invited papers were augmented by a large and excellent contribution of poster papers. The final day comprised parallel Working Party Sessions with speakers pre-selected to stimulate discussion in each discipline. This was judged to have worked very well, with the potential for more time allocated to Working Party sessions in 2000.

The meeting structure and superb local lodging and food arrangements, with all participants lodged together, resulted in attainment of the meeting goal; namely, a friendly exchange of high-quality science, enhanced and new collaborations between more-developed and less-developed programs with the IUFRO spirit and forestry foremost.

Important other highlights included a pre-meeting field tour to the ITE Deepsyke acid mist experiment in a Sitka spruce plantation. Participants were also treated to a private viewing of the Scottish Crown Jewels and a reception hosted by the Minister of Forestry and Agriculture for Scotland, Lord Sewell.

The Scientific Committee and IUFRO Coordinators/Deputies endorsed the model used in the previous 17th research Group 1996 meeting in Firenze, Italy and peer-reviewed manuscripts from the meeting will be published together in a special issue of Water, Air and Soil Pollution for greater impact and accessibility. The issue will also contain for the first time, summary state of science reports submitted by a rapporteur from each Working Party Session.

The 19th meeting will be hosted by Michigan Technological University, USA during May 17-20, 2000 (IUFRO News Vol. 28, 1999, Issue 1).

 

Business News

Since 1997, the Research Group has been working to address IUFRO's Strategic Goals for the New Millennium (IUFRO News Special Issue, December 1998). Objectives agreed upon by Group officers include an increased global viewpoint on major issues, increased collaboration between more- and less-developed research programs, and increased participation from under-represented regions such as South America, Africa and Asia. Progress has since been made on all three.

A number of important decisions were taken during the 7.04.00 business meeting held September 22 in Edinburgh. Among them, IUFRO 7.04.00 decided to:

1) hold the 19th meeting in 2000, rather than postpone it due to coincidence of the World Congress in Kuala Lumpur;

2) organize a speciality session at the World Congress to showcase the group's wide-range of activities, proud history and raise the air pollution-forestry science profile in Asia; this session is now arranged with invited papers on smoke pollution from increased forest fire activity in the region and by Asian air pollution-forest effects scientists;

3) to begin discussions on adjustment of the Working Parties for increased emphasis on forest sustainability and global scale-issues;

4) and, to enhance collaboration between 7.04.00 and 2.04.00 on issues of environmental stresses to forest genetics; a joint Division 2 and 7 meeting Genetic Response of Forest Systems to Changing Environmental Conditions will take place in Freising, Germany September 12-17, 1999 (IUFRO News Vol. 28, 1999, Issue 1)

Research Group 7.04.00 is pleased to welcome a number of new officers elected at the business meeting. Dr. Marco Ferretti (Italy) has assumed the office of Deputy Coordinator 7.04.01 Diagnosis, Monitoring and Evaluation; Dr. Elena Paoletti (Italy) has assumed the office of Deputy Coordinator, Working Party 7.04.02 Physiological and Biochemical Aspects; Dr. Ulrika Rosengren-Brink (Sweden) has assumed the office of Deputy Coordinator 7.04.03 Soil Organisms, Rhizosphere and Nutrient Uptake; Dr. Gordon Weetman (Canada) has assumed the office of Deputy Coordinator 7.04.05 Silviculture in Polluted Areas.

 

Respectfully Submitted

Kevin Percy, Coordinator

IUFRO 7.04.00

 

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II° riunione del Gruppo di Lavoro SISEF:
"Effetti dell'Inquinamento sugli Ecosistemi Forestali

Cari colleghi,

Il 29 gennaio, si e' tenuta a Firenze, la II° riunione del Gruppo di Lavoro SISEF "Effetti dell'Inquinamento sugli Ecosistemi Forestali". Un sentito ringraziamento va all'IROE-CNR, che ci ha ospitato nella sua sede, ed alle autrici dei due seminari, Dr. Simonetta Paloscia e Dr. Giovanna Cecchi. Di seguito, le relatrici riassumono brevemente i contenuti dei loro interventi.

USO DI TECNICHE A MICROONDE PER IL MONITORAGGIO DELLE CARATTERISTICHE DEL TERRENO E DELLA VEGETAZIONE  - Simonetta Paloscia, IROE - CNR, Firenze

- Introduzione sulle caratteristiche del telerilevamento in genere e di quello a microonde in particolare: capacita' di visione indipendente dalla luce solare, penetrazione attraverso le nubi, penetrazione nel terreno e nella vegetazione (qualche esempio di immagine da satellite). Confronto con l’ottico - Sensori attivi e passivi: radar ad apertura sintetica (SAR), radiometri a microonde IROE a diverse frequenze - Applicazione delle tecniche di telerilevamento a diversi campi di attività: agricoltura, idrologia, meteorologia, geologia, archeologia - Monitoraggio a larga scala con satelliti a bassa risoluzione (SSM/I) per l’osservazione di fenomeni globali, legati ai global changes (desertificazione, cambiamenti nell’estensione della copertura vegetale, mappe tematiche di aree estese) - Sensibilità ai parametri del terreno e della vegetazione che sono coinvolti nei due principali cicli: idrologico e produttivo - Risultati ottenuti sia con i radiometri a microonde che con il SAR per la stima di : - umidita' del terreno a 5-10 cm di profondità - biomassa vegetale (agricola ed arborea). Stime di LAI e contenuto in acqua per le piante erbacee (mais, medica, girasole, barbabietola) e area basale e woody volume per i boschi Inserimento di questi parametri nei modelli di processo per la misura dell’ Evapotraspirazione, dell’erosione del terreno ecc.

USO DI TECNICHE LASER PER IL CONTROLLO DELLA VEGETAZIONE -  Giovanna Cecchi, CNR-IROE, Firenze

Sono state esposte le possibilita’ di applicazione dei laser al telerilevamento lidar, con particolare riferimento all’eccitazione di fluorescenza della clorofilla e di altri pigmenti accessori presenti nella vegetazione. E' stato evidenziato come lo studio degli andamenti spettrali della fluorescenza emessa dalle piante fornisca una buona metodologia per il controllo a distanza (e da considerare comunque non distruttivo) dello stato di salute della vegetazione. Sono stati inoltre discussi alcuni esempi ottenuti con due strumenti (FLIDAR e LEAF) messi a punto dall’IROE e dallo IEQ in questo settore.

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Dr. Elena Paoletti
Istituto Patologia Alberi Forestali - CNR
Piazzale Cascine 28, I-50144 Firenze, Italy
Tel +39.055.3288274/360546 Fax +39.055.354786
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Ecology Letters coverage by ISI Current Contents - Comunicazione di F. Miglietta

We have just received notification from the Institute for Scientific
Information that Ecology Letters is now covered by Current Contents, back
dated to Volume 1, issue 1. Given that only four issues of the journal
have been published since the journal's launch in July 1998, we are
delighted that the review committee from ISI have made such an important
decision for the journal so soon (normally a new journal would take at
least 2 years but more likely 3 or more years for acceptance by Current
Contents). This is extremely good news for the journal and for all those
authors that trusted their high quality papers to a previously 'unindexed'
journal. We will be promoting the new coverage by Current Contents on the
journal's website (www.blackwell-science.com/ele) and in our correspondence
to authors from the Editorial Office. Please also help to spread the word
to your colleagues so that we can reinforce the success of Ecology Letters
and encourage even more submissions.

Cari saluti, Franco Miglietta

____________________________________________________________

Franco Miglietta
INAPA (Istituto Nazionale Analisi e Protezione Agro-ecosistemi)
c/o IATA-CNR
P.le delle Cascine, 18
50144 Firenze, Italia
Tel:+39 55 301422
Fax:+39 55 308910
Email:migliet@sunserver.iata.fi.cnr.it
Home Page: http://www.iata.fi.cnr.it/geniata.html
BERI: http://www.joensuu.fi/mekri/beri/INDEX.HTM
MEDEFLU: http://www.iata.fi.cnr.it/medeflu/minute.htm
ECOLOGY LETTERS http://www.blackwell-science.com/ele

 

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LA FORESTA TRASCURATA - Intervento di M. Borghetti

Gli incendi che, complice un torrido inizio d'estate, sono stati dolosamente appiccati ai boschi dell'Italia meridionale hanno 'meritato' la prima pagina dei quotidiani e i titoli di apertura dei telegiornali. Tuttavia, ed è impressione che si rinnova in casi del genere, l'informazione è parsa lontana dall'impostare un'analisi seria dei fatti, privilegiando le sterili polemiche circa la responsabilità delle operazioni di spegnimento.

I tempi sembrano invece maturi per mettere sul tappeto con chiarezza, anche al di là del problema incendi, un aspetto importante e generale della "questione forestale" e dei pericoli che minacciano la foresta. Fuor di dubbio, questi ultimi sono legati all'azione dell'uomo : è l'uomo che appicca il fuoco, è l'uomo che inquina e disbosca, così com'è l'uomo che, lontano da noi ma anche per colpa nostra, distrugge a ritmi preoccupanti la foresta tropicale.

Dovrebbe essere quindi evidente che solo l'interpretazione attenta del rapporto fra uomo e bosco può permettere di capire perché i boschi bruciano qui e non là, perché qui sono correttamente utilizzati e conservati e là, invece, sfruttati e distrutti. Dovrebbe anche apparire chiaro che solo la sapiente pianificazione di tale rapporto, da definire caso per caso senza preclusioni ideologiche, può fare in modo che la foresta sia percepita come "valore" e utilizzata come risorsa rinnovabile secondo criteri di sostenibilità; facendo anche sì che essa susciti nella cultura della gente quel senso d'attaccamento e cura in assenza del quale ogni politica di conservazione ed uso sostenibile pare destinata al fallimento.

Nel suo rapporto con l'uomo, e nel corso dei secoli, la storia del bosco è stata, in gran parte, storia della sua distruzione. Nei paesi della comunità europea la foresta ricopre oggi poco più del 20 per cento della sua superficie potenziale. Durante i secoli, il dissodamento agricolo, la pastorizia, gli incendi, lo sviluppo delle città, la costruzione di strade, il turismo e la speculazione edilizia, la "fame" di legno da parte delle popolazioni ecc., hanno determinato, con modi e intensità diverse da zona a zona, la regressione o la trasformazione della foresta originaria.

Per lungo tempo la foresta è stata quindi considerata dall'uomo come risorsa passibile d'ogni tipo d'uso e sfruttamento. E' solo dal periodo illuministico che si è fatta strada l'idea che essa dovesse essere considerata come risorsa limitata e che andassero predisposte delle misure per contenerne lo sfruttamento e regolarne l'uso. Da qui, le prime leggi di tutela del patrimonio boschivo e l'istituzione delle scuole e delle università forestali, come luoghi deputati allo sviluppo delle scienze del bosco e alla formazione di personale specializzato nell'uso e conservazione della foresta. La scuola di Vallombrosa ha rappresentato il punto di partenza e d'irraggiamento della scienza forestale italiana, da tempo significativamente ispirata ai principi della selvicoltura naturalistica e dell'uso sostenibile del bosco. Sono oggi numerose le facoltà forestali nel nostro paese, molti sono ogni anno i laureati in scienze forestali, di qualità è la ricerca scientifica nel campo dell'ecologia forestale e della selvicoltura.

E' quindi deludente constatare che di fronte alla disponibilità d'ampie conoscenze cui improntare la gestione delle foreste, e di adeguate capacità professionali e scientifiche cui affidarla, nella realtà gran parte del patrimonio forestale italiano sia ancora trascurato od oggetto di gestioni improvvisate, avulse da una programmazione d'ampio respiro. Così come irrita sapere - mentre molti fanno finta di non saperlo - che anche per questo motivo il bosco va incontro a quelle avversità (leggi incendi, tagli abusivi ecc.) che trovano poi, ma solo in occasione di gravi calamità, ampio spazio sulle prime pagine dei giornali.

Diversa è la situazione in altri paesi europei (Francia, Svizzera, Germania, Austria, ecc.) che hanno dimostrato di saper impostare una valida politica forestale impiegando con efficacia le professionalità che hanno a disposizione.

Ad oltre venti anni dal trasferimento alle Regioni delle competenze in materia territoriale e forestale, la situazione non sembra significativamente migliorata (con le dovute eccezioni in quanto alcune Regioni appaiono meritoriamente attive). A fronte dell'obbligo che la legge impone agli enti pubblici di predisporre piani per la gestione selvicolturale delle loro proprietà forestali, è bassa la percentuale di quelli che sono adempienti. Così come non è confortante constatare l'incertezza che da più anni pende sul destino del Corpo Forestale dello Stato: oltre 7000 persone specializzate nella cura e nella difesa del bosco, da tempo impiegate al di sotto, e anche al di fuori, delle loro competenze.

Non si tratta solo di mancanze amministrative ed organizzative; ma anche d'impostazioni ideologiche, che negli anni passati si sono spesso uniformate, forse per cavalcarne l'onda, alla moda di un ecologismo d'occasione. Da chi rivestiva posizioni di responsabilità in sede centrale sono stati propagandati messaggi improntati a concezioni ascientifiche del bosco e a stucchevoli lirismi, pericolose (se generalizzate) proposte di abbandono, che rendono il bosco res nullius, noncuranza per gli aspetti selvicolturali e pianificatori.

La traduzione di tale ideologia nella prassi può determinare una pericolosa disaffezione dell'uomo dal bosco. Disaffezione che, non sorprendentemente, sta provocando evidenti danni (incendi, atti vandalici ecc.) anche all'interno delle aree protette; è il caso, sotto gli occhi di chi vuol vedere, di Parchi Nazionali di recente istituzione gestiti, fino ad ora, in modo alquanto opinabile, o (forse è ancor peggio) non gestiti del tutto. Mentre vi sono, sempre per chi vuol vedere, riserve naturali (ad esempio il Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino, in Trentino) dove l'applicazione sapiente della selvicoltura naturalistica, intrinsecamente rispettosa dei criteri di sostenibilità, favorisce con successo la conservazione e l'equilibrato rapporto fra le diverse componenti dell'ecosistema forestale e del territorio.

Laddove esiste, in virtù di una lungimirante gestione forestale e del coinvolgimento della gente, una profonda considerazione del bosco come valore, fonte di reddito e presidio territoriale, le avversità del bosco sono sempre molto contenute o addirittura inesistenti; e solo laddove la gente può vedere nel bosco un bene capace di molteplici funzioni (assorbimento della C02 atmosferica, produzione di legname, protezione idrogeologica, fruizione turistica, conservazione della biodiversità ecc.), ma che rispetto a ciascuna di queste ha bisogno di essere "concretamente" valorizzato, si può sperare che il bosco non "bruci", in senso reale e metaforico.

Più che all'impiego dei Canadair, è ad un'appropriata pianificazione e gestione selvicolturale, che faccia propri i risultati della migliore ricerca scientifica, che dovrebbe essere affidata la speranza di poter conservare i nostri boschi, in modo da trasmetterli intatti o migliorati alle future generazioni; facendo anche sì che essi possano essere fonte di reddito per i proprietari, occasione d'occupazione e dispensatori di grandi benefici per tutti noi.

 

Marco Borghetti

Cattedra di Ecologia Forestale - Università della Basilicata

Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia forestale

Email: borghetti@unibas.it

 

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Considerazioni relative al decreto del ministero dei lavori pubblici n.304 del 15.5.98: "Regolamento concernente la nuova tabella delle categorie di iscrizione all'Albo nazionale dei costruttori"

Intervento di E. Bonalberti

 

Sulla G.U. del 24 Agosto u.s., con una certa sorpresa ( stante la tuttora aperta questione della revisione delle iscrizioni all'ANC) e' stato pubblicato il decreto ministeriale n.304 del 15.5.98, il quale, in sostituzione dell'attuale sistema di classificazione delle imprese, stabilisce un diverso criterio di classificazione delle categorie di lavori, passando dalle 20 categorie e 39 articolazioni attuali alle nuove 11 categorie generali e 23 specializzate.

Tali novità sono entrate in vigore a partire dall'8 Settembre c.a., anche se dette categorie sono e saranno inservibili sino a quando non verra' completata l'altra riforma, quella generale di tutto l'Albo costruttori.

Assai piu' razionale ed opportuno sarebbe stato, dunque, giungere alla contestuale pubblicazione di entrambi i due provvedimenti : modifica delle categorie e riforma generale dell'albo nazionale dei costruttori.

Cio' non si e' verificato, mentre immediate sono giunte da piu' parti alcune rilevanti critiche al nuovo provvedimento.

Infatti con un autentico colpo di mano, un settore che si riteneva e si ritiene essenziale caratterizzare per la propria specificità, quale quello inerente agli interventi di "ingegneria naturalistica", e' stato di fatto annientato con l'avvenuta assimilazione nella "Declaratoria delle categorie di opere specializzate", Categoria S1 nella quale sono state accorpate tutte le lavorazioni inerenti: "movimento terra, demolizioni, sterri, sistemazione agraria e forestale, verde pubblico e relativo arredo urbano".

E' appena il caso di sottolineare che una tale decisione comporterà, accanto ad una grande confusione, un gravissimo danno economico a tutto quelle imprese operanti nel settore delle sistemazioni agrarie e forestali e , piu' in generale, nell'esecuzione di opere di ingegneria naturalistica.

Infatti esistono nel nostro Paese numerose e qualificate ditte specializzate nel settore del recupero a verde e dei ripristini ambientali con tecniche di bioingegneria che non hanno nulla a che spartire con le grosse ditte operanti nei lavori di movimento terra.

Sono assai frequenti, anzi, i casi in cui sono proprio le ditte specializzate negli interventi di bioingegneria che debbono provvedere al recupero paesaggistico e funzionale di aree e/o porzioni di territorio deturpate dagli interventi di movimento terra: tecnologie estremamente semplificate ed hard quelle di movimento terra rispetto alle piu' sofisticate e specialistiche tecniche di bioingegneria proprie delle prime.

Semmai la logica che doveva presiedere alla nuova classificazione, avrebbe dovuto garantire alle ditte iscritte all'ex cat.11 dell'ANC (lavori di sistemazione agraria, forestale e di verde pubblico) di poter eseguire quei lavori propri della categoria 1 (lavori di terra con eventuali opere connesse in muratura e cemento armato di tipo corrente-demolizioni e sterri). Basterebbe al riguardo considerare l'esempio classico di un lavoro proprio della cat.11, vale a dire la costruzione di un'area verde attrezzata, quale ad esempio un parco pubblico.

Per un 'opera di tale tipo, circa il 70% delle opere e' costituito dalla fornitura di piante, arbusti, allestimento di fioriere, semina di prati, ecc..mentre il rimanente e' costituito dalla costruzione di piste pedonali, costruzione di cordoli di contenimento delle aiuole, creazione di piccole colline e talvolta bonifica vera e propria dell'area interessata dall'intervento (spesso, come e' noto, un'area verde viene costruita su vecchi piazzali industriali dismessi, quando non addirittura su vecchie discariche di inerti). Che tutto cio'possa essere ridotto e/o assimilato al mero movimento terra lascia, per lo meno, alquanto perplessi.

E' evidente, infatti, che in simili interventi la competenza specifica di ditte specializzate nel "movimento terra", non ha nulla a che vedere con le necessarie tecnologie di tipo leggero ed estremamente qualificato che tali interventi richiedono.

Insomma e' evidente che, mentre l'utilizzo di macchinari, attrezzatura e conoscenze proprie dei lavori di movimento terra (escavatori, pale gommate, mezzi d'opera in genere, costruzione di piste ciclabili o pedonali, movimentazione di terra ecc..) sono d'uso corrente per le ditte iscritte all'oramai ex cat. 11 dell'ANC; nel caso delle ditte di movimento terra (le quali per loro natura eseguono opere anche di grandi dimensioni nel comparto delle costruzioni civili, industriali ed agrarie) sono proprio esse che, almeno sino ad ora, hanno lasciato alle ditte specializzate dell'ex Cat. 11 dell'ANC, il compito di eseguire gli interventi di armonizzazione funzionale e paesaggistica.

Non va poi dimenticato che le ditte specializzate nel settore degli interventi di cui all'ex art.11 dell'ANC sono le uniche che, sin qui, hanno cercato di adottare tecnologie specializzate nel campo biogenetico, per quanto attiene la scelta delle sementi che andra' sempre piu' finalizzata verso la difesa della biodiversità forestale ed arbustiva e, quindi, delle specie autoctone, reclamando una serie di conoscenze e di competenze botaniche, floristiche e forestali del tutto estranee, per lo piu', alla cultura ed alla curva di esperienza delle imprese del comparto piu' tradizionale del movimento terra.

E tutto cio' appare tanto piu' grave, nel momento in cui il nostro Paese, con l'avvenuta sottoscrizione della convenzione per la difesa della biodiversità, dopo UNCED'92 di Rio, si e' assunto una serie di impegni e si accinge a varare il Piano nazionale della biodiversità, nel quale un peso specifico verra' proprio assegnato al tema della difesa delle specie forestali ed arbustive autoctone delle diverse realtà regionali. Il che, tra l'altro, comporterà non poche innovazioni anche in materia di applicazione delle norme sul VIA (Valutazione di impatto ambientale) le quali, attualmente, sostanzialmente prescindono da considerazioni relative alla difesa biologica e biogenetica.

Tutto cio' reclama e reclamerà una sempre piu' spinta specializzazione, mentre con l'improvvida scelta di omologazione al ribasso compiuta, si va esattamente nella direzione opposta, con il bel risultato che finirà come sempre con : " il pesce piu' grande che mangia il piu' piccolo".

Qui, come nell'economia monetaria, finirà ancora una volta per valere la legge di Gresham per cui: " la moneta cattiva scaccia quella buona" e le imprese che sino a ieri erano fortemente impegnate nei lavori di movimento terra, senza alcun'altra competenza specifica, potranno liberamente appropriarsi anche di quelli interventi che reclameranno tecniche assai piu' sofisticate ed a rischio .

Forti, in virtu' dei consistenti importi delle lavorazioni di movimenti terra sinora eseguiti, di elevati livelli di iscrizione all'albo, basterà che qualche amministrazione pubblica "amica" elevi significativamente il livello di iscrizione minimo necessario per l'esecuzione dei lavori, per attribuire di fatto alle imprese tradizionali del movimento terra il predominio pressoche' assoluto di tutto il mercato cui si riferisce l'attuale categoria S1.

Anzi sara' sufficiente cumulare nei bandi ( ed oggi risulta addirittura risulta obbligatorio, considerata l'avvenuta assimilazione in un'unica categoria dei lavori di movimento terra con quelli piu' specializzati di sistemazione agraria e forestale, verde pubblico e relativo arredo urbano) gli importi di tutti questi lavori per espellere dalla partecipazione alle gare stesse proprio quelle imprese specializzate che hanno sin qui effettuato gli interventi specifici di ingegneria naturalistica.

O scomparire o farsi assorbire dalle imprese di movimento terra: e', dunque, questo il destino che gli estensori del decreto hanno pensato di preparare per le imprese italiane specializzate negli interventi di ingegneria naturalistica?

Sarebbe questa la liberalizzazione dei mercati e la trasparenza che si intende conseguire?

Con ogni probabilità c'é da ritenere che gli estensori del decreto di cui trattasi, non abbiano tenuto conto delle conseguenze drammatiche che tali scelte da loro effettuate comporteranno e già comportano per le piccole e medie imprese specialistiche a tutto favore di quelle meno specializzate e piu' forti sul piano dei fatturati e, dunque, dei limiti di iscrizione all'albo.

Ma, soprattutto, gli estensori del presente decreto non hanno tenuto conto che nella maggior parte dei casi le ditte iscritte all'ex cat.11 dell'ANC erano e sono ditte che eseguono lavori specializzati di ingegneria naturalistica con tecniche che comportano conoscenze in campo ambientale, idraulico (specie quando trattasi di lavori di difesa spondale e di rinaturalizzazione con tecniche bioingegneristiche) e/o addirittura della biodiversità vegetale.

Infatti la lotta all'inquinamento genetico e la difesa della biodiversità, concetti del tutto assenti nella cultura specifica del "movimento terra", sono invece prerogative cardine in tutti i piu' importanti interventi di piantumazione, semina, riforestazione che si eseguono al fine di reintegrare paesaggisticamente una grande opera infrastrutturale,come ad esempio negli interventi di recupero nelle opere relative ai grandi tracciati autostradali,ferroviari, pipeline ecc..

Insomma in questi casi si richiede una specializzazione che, l'avvenuta omologazione delle opere specialistiche a quelle piu' generiche di "movimento terra" tende di fatto ad annullare.

Ecco perche' si ritiene che la vecchia categoria 11 dovrebbe restare a se stante come specifica categoria speciale, essendo tra l'altro l'unica delle 20 categorie che tratta specificatamente della sistemazione ambientale.

La proposta che, dunque, in via principale, si intende avanzare, a rettifica di quanto assai improvvidamente e' stato stabilito con il decreto in oggetto, e' quella di creare una classificazione speciale per i lavori di sistemazione forestale, verde pubblico , arredo urbano e di ingegneria naturalistica, cosi' come e' stato gia' previsto per altre categorie. In tal modo troverebbero ragion d'essere tutte e solo quelle ditte che fanno del recupero ambientale la loro principale attività economica e si fornirebbe ai cittadini, privati ed enti pubblici, la miglior garanzia di vedere realizzate opere di ingegneria naturalistica nel pieno rispetto delle fondamentali esigenze di natura ecologica e per la stessa difesa della biodiversità.

In via del tutto subordinata se proprio si volesse accomunare l'ex categoria 11 ad un'altra, per ineluttabili esigenze di accorpamento ( e non sempre la semplificazione e' origine e condizione di effettiva razionalizzazione) al fine di semplificare l'Albo Nazionale dei Costruttori, l'unica categoria che per qualche verso e' assimilabile ai lavori di sistemazione agraria e forestale, lungi dal poter essere quella dei lavori di movimento terra, e' la categoria ex 10/b che tratta di lavori di difesa e sistemazione idraulica, vale a dire lavori che normalmente vengono eseguiti per sistemazioni spondali e che oggi vedono l'utilizzo di costruzioni bioingegneristiche(opere miste di legname e pietrame, grate vive, coperture diffuse, ecc.) proprie dei lavori specialistici di cui sopra.

 

Ettore Bonalberti

Coordinatore comitato tecnico scientifico di

ANARF (Associazione Nazionale delle Aziende Regionali delle Foreste)

 

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ON THE RELEVANCE OF GENETIC DIVERSITY FOR FOREST FUNCTION
Commento di F. Magnani e G. Bucci

(Inviato alla "First Electronic Conference on Research and Biodiversity" -
4 May - 14 June 1998, http://www.gencat.es/mediamb/biodiv)

Conservation of forest biodiversity can be based on different motivations: ethic, aesthetic and cultural. As scientists, we are required to provide scientific criteria for future conservation policies, focusing in particular on the functional value of biodiversity.

How crucial is biodiversity for the functioning and survival of forest ecosystems in a changing environment? The widely accepted belief (often referred to in this discussion) has it that diverse systems are more stable and even more productive. However, as noted by several contributors in the General section, this is still a matter of debate: it's still unclear what are the causes and the consequences of biodiversity. We should therefore ask what the relevance of biodiversity is for the different properties of the ecological systems: its productivity, resistance and resilience, which together determine the stability of the system.

This lack of knowledge is not an excuse for inaction. As pointed out by Lajos Haidu in the General section, it's necessary to have a two-level approach: we have to base present conservation policies onto "widely accepted believes", although not scientifically proven. At the same time we have to deepen our understanding of ecosystem function, so as to be able to tune our conservation policies in the future. In particular, given the limited resources available for conservation, it seems important to understand (not only guess!) what forest ecosystems are more (functionally) fragile and therefore in greater need of protection.

As pointed out in Rio (1992), it's possible to distinguish several levels of biodiversity, at different scales: landscape, community, species and intraspecific (genetic) level. In the Forestry discussion group, attention has focused on the first three levels, whilst little has been said on the value of genetic diversity. Understanding the functional value of genetic variability of each biotic component of an ecosystem (in terms of acclimation and adaptation) is basic to quantifying the stability of the whole system (in terms of resiliance and resistance). This is even more important in the case of forest trees as they are "ecological dominants", whose adaptive and evolutive capability can influence the structure of the whole community in a dramatic way.

Most forest tree species are characterized by high levels of genetic diversity. Although most of this variability resides within the population, large differences in phenotypic traits exist among geographic races and ecotypes, as demonstrated in many IUFRO (and now EU) provenance trials. Little is known, however, of the functional value of this variability. Four central questions, in particular, have to be answered:
What is the value of within-population diversity for forest productivity? Under continuously variable conditions (typical of the forest environment even in the absence of major disturbances), does a population composed of many individuals with different functional optima perform better than a homogeneous population?
The stability of an ecosystem arises from the interaction of its components. At the population level, what is the relative role of individual plasticity or intra-population diversity? Is the balance between these two co-occurring processes the same at the optimum and in marginal conditions for the species, where the potential for phenotypic plasticity could be stretched to the limit?
At the species level, what is the relevance of ecotypic differentiation vs individual phenotypic plasticity? In other words, to what extent is the wide range of many forest tree species the consequence of the (genetically based) differentiation of races and ecotypes and to what extent the result of the ability of individuals to acclimate to a vast range of environmental conditions? Although provenance and progeny tests have already attempted to address this question, a functional understanding is still missing.
Also at the species level, what is the potential for medium-term adaptation to changing conditions through gene recombination? Could northern provenances, for example, adapt to warmer conditions, or are the required genes limited to southern provenances? This kind of information can hardly be extracted from provenance tests, but would require a more refined ecophysiological and molecular analysis.

This could bear important implications for conservation strategies. If we focus on the functional value of biodiversity with the aim of conserving the adaptive potential of the species, for example, it would be crucial to preserve relic populations that had adapted to specific conditions and were repository of specific genes encoding for functional traits. It could make little sense, on the contrary, to preserve relic populations of a species showing large phenotypic plasticity. This is not to say that conservation in this case should be ruled out: it could make very good sense for different reasons. It is important, however, to be clear about what really motivates our conservation choices.

These questions should be answered scientifically by a combination of different approaches: functional (i.e. ecophysiological) and molecular analysis, historical analysis, ecological modelling.

None of these tools is ideal or suited to answer these complex questions by itself. Together they will provide the combination of analysis and synthesis that is the backbone of science. As pointed out by Stuart Poss in the General session, our models are often too simplistic and cannot capture all the emerging properties of ecological systems. They are, however, the best available tools to formulate and test complex hypotheses and to gain a real understanding (as opposed to feeling or mere description) of forest ecosystems.

Federico Magnani
Dipartimento Produzione Vegetale
Università della Basilicata, Potenza, Italy
E-mail: federico@imgpf.fi.cnr.it

Gabriele Bucci
Istituto Miglioramento Genetico Piante Forestali
Consiglio Nazionale delle Ricerche, Firenze, Italy
E-mail: bucci@eagle.dsa.unipr.it

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LA CONFERENZA DI KYOTO E LE FORESTE

La terza Conferenza dei Partecipanti (COP-3) alla convenzione quadro delle Nazioni Unite su i cambiamenti climatici (FCCC), si è tenuta a Kyoto (Giappone) dal 1 al 10 Dicembre scorso. I delegati dei paesi aderenti, si sono riuniti per stabilire l'adozione di un protocollo o di un altra forma legale, che consentisse l'inizio di una fase di "azioni" atte a contrastare l'azione dell'uomo sul sistema climatico. Lo scopo di questo articolo è quindi necessariamente limitato ad effettuare un primo esame di quegli aspetti che hanno una certa rilevanza per l'attività e per la ricerca forestale.

Una breve storia della Convenzione sui Cambiamenti Climatici
Nel 1988 il programma ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) insieme all'organizzazione mondiale per la meteorologia (WMO) costituirono un panel di esperti (IPCC), a livello mondiale, con lo scopo di informare l'opinione pubblica e i politici di ciò che i ricercatori andavano via via scoprendo sul tema dei cambiamenti climatici.
Nel 1990 questo panel di esperti produsse un primo rapporto (Houghton et al., 1990) che si occupava di definire lo stato delle conoscenze sul sistema climatico e sui suoi cambiamenti; l'impatto ambientale, economico e sociale di queste modificazioni; le possibili strategie di risposta. In questo primo rapporto, si confermava l'esistenza di un sensibile effetto dell'azione dell'uomo sul sistema climatico attraverso la massiccia immissione di gas serra nell'atmosfera e la rimozione e/o il disturbo di importanti riserve di carbonio, quali le foreste. In particolare, la deforestazione risultava essere al secondo posto fra le sorgenti di emissione di origine antropica, dopo l'uso dei combustibili fossili.
In quello stesso anno, durante la seconda conferenza mondiale sul clima, fu richiamata l'attenzione sulla necessità di adottare una politica comune che limitasse le emissioni di gas-serra nell'atmosfera. Sponsorizzata dal WMO e dall'UNEP, fu concordata una dichiarazione che definiva i principi guida di un possibile trattato internazionale. Fra questi principi guida si trovavano: la globalità dei cambiamenti climatici, quindi la necessità di sensibilizzare tutti i Paesi; l'equità nello stabilire qualsiasi misura di limitazione; la responsabilità comune a tutti i Paesi ma differenziata in relazione al contributo e al grado di sviluppo economico (i Paesi più ricchi hanno maggiori responsabilità); lo sviluppo sostenibile quale unico strumento di progresso ed il principio della precauzione, ossia l'incertezza scientifica non giustifica l'inazione. Questi principi guida, costituirono la base di un documento da sottoporre all'attenzione di tutti i governi. Nel dicembre 1990 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite costituì un comitato intergovernativo di negoziazione (INC) per la convenzione quadro sui cambiamenti climatici (FCCC). Attraverso 5 incontri fra il febbraio 1991 ed il maggio 1992, la suddetta Convenzione fu stilata ed adottata il 9 maggio 1992. La convenzione fu firmata dai 154 Stati, fra cui l'Italia, durante il Congresso di Rio de Janeiro e nelle settimane successive. La convenzione, sulla base dei principi generali sopra ricordati, stabilì l'inizio di un processo informativo sulle emissioni di gas serra da parte dei Paesi maggiormente industrializzati (riuniti nell'allegato I) e sulle strategie da questi messe in atto per contrastare, sensu lato, i cambiamenti climatici. Queste informazioni sarebbero state regolarmente revisionate per stabilire lo stato di avanzamento della convenzione stessa. Inoltre, i Paesi in via di sviluppo diedero il loro assenso all'attivazione di meccanismi di trasferimento finanziario e tecnologico per migliorare la loro capacità di agire nella direzione di una riduzione dell'impatto sul clima.
La Convenzione è entrata in vigore il 21 marzo 1994, attualmente è stata firmata da 170 Paesi.
Dopo il summit di Rio, il Comitato per la negoziazione (INC) ha svolto diversi incontri per definire gli strumenti operativi del trattato. La sessione finale (undicesima) si è svolta nel febbraio 1995 ed ha individuato la Conferenza delle Parti (COP) come autorità suprema. Questa si è riunita per la prima volta a Berlino dal 28 marzo al 7 aprile 1995.
La Conferenza, ha posto come obiettivo ai Paesi dell'allegato I, cioè quelli maggiormente sviluppati, la riduzione entro il 2000 delle loro emissioni al livello del 1990, ed ha definito inoltre un nuovo strumento legale per il periodo post-2000. Con questo mandato è stato costituito il gruppo Ad Hoc di Berlino (AGBM) il cui lavoro è terminato questo dicembre nella COP-3 di Kyoto.

Le posizioni dei diversi Paesi alla conferenza di Kyoto
I danni prodotti dai cambiamenti climatici insieme alle politiche per limitare l'immissione di gas serra, hanno delle ripercussioni importanti sulle economie dei diversi Paesi. L'entità delle emissioni dei Paesi sviluppati è pari a circa 2/3 delle emissioni globali. In aggiunta, il rapporto pro capite è fortemente sbilanciato a favore di questo gruppo di Paesi. Per questi motivi le strategie politiche con cui i delegati dei diversi governi sono arrivati alla conferenza di Kyoto, erano sostanzialmente diverse.
La posizione dell'Unione Europea, firmataria essa stessa della convenzione, in aggiunta ai singoli Paesi membri, era sicuramente la più avanzata nella direzione di una riduzione delle emissioni, sia per quantità sia per i tempi proposti; d'altra parte, l'Unione Europea non appoggiava le ipotesi di una differenziazione degli obiettivi di riduzione proposti.
La posizione degli altri Pesi sviluppati (JUSSCANNZ), Giappone-USA-Svizzera-Canada-Australia-Norvegia-Nuova Zelanda, era più flessibile e indubbiamente diversificata nel definire i possibili obiettivi di riduzione.
I Paesi con economia in transizione appartenenti al blocco della ex-Unione Sovietica, guidati dalla Russia, con forti responsabilità nel bilancio delle emissioni globali, proponevano un contenimento delle emissioni meno accentuato, per entità e tempi di attuazione, di quello degli altri due gruppi.
Le posizioni dei Paesi facenti parte del G77 (Paesi in via di sviluppo) e della Cina, concordavano nella richiesta di aiuti tecnologici e finanziari che consentissero nel lungo periodo il contenimento delle emissioni. In particolare, i Paesi con forti potenzialità forestali erano interessati ad includere la forestazione come attività importante per contrastare le emissioni di CO2.
L'alleanza degli Stati su piccole isole (AOSIS), maggiormente vulnerabili per l'innalzamento del livello degli oceani, spingevano fortemente per un'azione immediata nel ridurre le emissioni. L'organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), preoccupati delle ripercussioni economiche delle misure di contenimento, suggerivano una maggiore cautela ed evidenziavano le incertezze ancora esistenti nel mondo scientifico sull'entità dei cambiamenti climatici.
Le organizzazioni dei gruppi finanziari, preoccupati dell'impatto economico delle misure di contenimento, proponevano un approccio più graduale al problema. D'altro lato, i gruppi assicurativi si schieravano a favore di una politica forte nel senso di una riduzione delle emissioni, a causa della preoccupante crescita degli effetti di eventi climatici estremi. Non trascurabile, infine, l'interesse ad una forte politica di riduzione, di gruppi industriali interessati ad operare nel settore di nuove tecnologie a basso impatto ambientale. Le posizioni dei gruppi "verdi" fortemente attive nella direzione di un trattato che ponesse da subito politiche di un forte contenimento. Queste organizzazioni appartenevano in prevalenza al gruppo dei Paesi sviluppati.
Un'associazione di sindaci di grandi città, importanti gestori di una buona parte dei consumi energetici del mondo, che ha partecipato a convegni paralleli per poter presentare il proprio punto di vista.

Il protocollo di Kyoto: un primo passo di un lungo percorso
Al termine della conferenza è stata raggiunta un'intesa su di un testo, che in forma di protocollo d'intesa, dovrà essere portato alla firma di almeno 55 Paesi, compresi quelli inseriti nell'allegato I, a cui corrispondono emissioni per il 1990 pari ad almeno il 55% del globale. Ampio è il significato politico di questa intesa sia nelle sue linee generali sia per i numerosi strumenti tecnici operativi che verranno attivati.
All'articolo 2 il dell'accordo raggiunto a Kyoto prevede un impegno dei paesi firmatari per lo sviluppo e la protezione delle foreste, in quanto importanti riserve naturali di carbonio (sink), per la promozione di una selvicoltura sostenibile, per lo sviluppo di attività di afforestazione e riforestazione.
L'articolo 3, nei suoi diversi commi, definisce le modalità ed i livelli della riduzione delle emissioni di gas serra. In sintesi, esso stabilisce che i Paesi inclusi nell'allegato I, a forte sviluppo economico, dovranno individualmente o insieme assicurare che l'emissione aggregata dei sei gas serra, espressi in termini di CO2 equivalenti, si riduca nel periodo 2008-2012 di almeno il 5% rispetto al livello registrato per il 1990. In particolare, per tutti i Paesi dell'Unione Europea la riduzione per quella data dovrà essere dell'8% e inoltre, progressi in questa direzione dovranno essere dimostrati già dall'anno 2005.
Il cambiamento delle emissioni al netto della rimozione ottenuta con attività di afforestazione e riforestazione, inclusa l'eventuale deforestazione con effetto ovviamente opposto, a partire dal 1990, potranno essere utilizzate per il raggiungimento degli obblighi sopracitati. Queste attività dovranno essere valutate in modo trasparente e verificabile in accordo con i successivi articoli 7 e 8. Condizione indispensabile è quella di una stima della quantità di carbonio immagazzinata dalle foreste nel 1990, secondo precise metodologie che tengano conto di quanto proposto dall'IPCC e dal comitato tecnico-scientifico di revisione (SBSTA). Grande importanza potrà assumere la possibilità di effettuare scambi di unità di riduzione fra i diversi Paesi. Questo "mercato" dovrebbe infatti consentire una certa flessibilità ai diversi Paesi e al contempo il raggiungimento degli obiettivi prefissati dal trattato. La certificazione di queste unità di riduzione è il requisito indispensabile perché possa avvenire lo scambio.

All'articolo 5 viene stabilito l'obbligo di un sistema nazionale di quantificazione delle emissioni e delle rimozioni, da realizzarsi al più tardi un anno prima dell'inizio del periodo 2008-2012. Le metodologie dovranno essere accettate dall'IPCC, approvate e periodicamente aggiornate dalla Conferenza delle Parti ovvero dal comitato tecnico scientifico (SBSTA). Annualmente dovranno essere trasmesse le informazioni relative al suddetto bilancio, con le informazioni supplementari previste all'articolo 7. Queste informazioni saranno verificate da un team di esperti, nominati dai diversi Paesi in aggiunta ad esperti di organizzazioni intergovernamentali (art. 8). Gli obblighi assunti da tutti i Paesi firmatari, in aggiunta ai precedenti impegni di riduzione delle emissioni che riguardano unicamente i Paesi dell'allegato I, sono riportati nell'articolo 10. In forza di questo articolo dovranno pertanto essere formulati programmi per il miglioramento qualitativo dei fattori di emissione, analizzate le condizioni socioeconomiche che potrebbero ostacolare la realizzazione di precisi inventari con le metodologie previste per i Paesi dell'allegato I. Dovranno essere formulati, implementati, pubblicati e regolarmente aggiornati i programmi a scala regionale, contenenti misure idonee alla mitigazione ed al contenimento degli effetti dei cambiamenti climatici. Tra questi programmi sono inclusi quelli relativi all'attività forestale. Si dovranno stabilire efficaci modalità di cooperazione allo sviluppo, e nel campo della ricerca scientifica e tecnica. Per quest'ultima, il mantenimento e lo sviluppo di osservazioni sistematiche con la creazioni di archivi, per ridurre le incertezze legate ai cambiamenti climatici. Si dovranno stabilire programmi di cooperazione nel campo dell'educazione e della formazione di personale specialistico, in particolare nei paesi in via di sviluppo, e il pubblico accesso alle informazioni sui cambiamenti climatici.
Nell'articolo 12 si istituisce un ufficio detto "meccanismo per uno sviluppo pulito" (CDM). Scopo di questo organismo sarà quello di fornire aiuti, anche finanziari, ai Paesi che non fanno parte dell'allegato I, per la realizzazione di uno sviluppo sostenibile. Ulteriore obiettivo sarà quello di aumentare le capacità dei diversi Paesi ad aderire a programmi più impegnativi di contenimento delle emissioni. I Paesi che non fanno parte dell'allegato I, potranno beneficiare di progetti per la riduzione certificata delle emissioni promossi dai Paesi del primo gruppo. Questi ultimi a loro volta, potranno portare a sconto nel bilancio del periodo 2008-2012, le unità di riduzione accumulate a partire dal 2000.
Il processo di firma del protocollo avrà inizio il 15 Marzo 1999, presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York

L'ampiezza del trattato e le numerose implicazioni sulle politiche nazionali ed internazionali dello stesso, rimandano ad una più complessa trattazione dell'argomento. Ma, alcuni scenari di fondo possono essere già tratteggiati da queste prime informazioni:
la firma del trattato da parte dell'Unione Europea, considerata come Parte ulteriore rispetto ai Paesi a questa aderenti, porterà probabilmente ad una serie di azioni sul doppio binario sia Nazionale che europeo. Infatti, l'obbligo di ridurre le emissioni è stato assunto anche dall'Unione come sistema integrato e non è quindi improbabile che degli altri obblighi potranno derivare al nostro Paese anche dall'appartenenza all'U.E.;
la possibilità di scambiare unità di riduzione potrà consentire un dinamico aggiustamento della crescita economica dei Paesi sviluppati, ma anche rapporti intensi con i Paesi in via di sviluppo;
anche se per questo primo periodo l'attività forestale scontabile è "limitata" alla forestazione sensu lato, diverse sollecitazioni sono state presentate perché vengano incluse nei calcoli anche la conservazione ed il miglioramento della capacità di accumulo delle foreste, attraverso interventi selvicolturali adeguati. Si confrontino in tal senso le conclusioni del secondo rapporto dell'IPCC (1996), che auspica un forte impegno della ricerca in questo settore;
la frequenza annuale con cui sono richiesti i dati relativi alle emissioni, al netto di quei processi che aumentino l'accumulo di carbonio quali le attività forestali, rende necessaria la rapida realizzazione di moderni sistemi di analisi e di valutazione capaci di tenere conto dei diversi processi che avvengono negli ecosistemi forestali;
un maggiore impulso alle ricerche sugli effetti delle pratiche selvicolturali, del clima e dell'aumento di CO2 sui bilanci del carbonio delle foreste italiane, potrà consentire in futuro di poter partecipare con maggiore efficacia al dibattito sulle modalità di sconto rese possibili dalla corretta gestione forestale.

Alcuni dati recenti

Il rapporto del 1997 sui consumi energetici globali, pubblicato dall'Amministrazione per l'Informazione Energetica degli Stati Uniti, mostra che vi è nel mondo una continua crescita dei consumi energetici derivanti dai combustibili fossili. Tra il 1990 ed il 1995 è stato registrato un incremento del 4% nelle emissioni globali di carbonio. In questo stesso periodo, l'incremento dovuto ai Paesi industrializzati era pari al 5.6 %, mentre nei Paesi in via di sviluppo questo aumento è stato del 30%. Le emissioni nel 1990 da parte dell'Europa occidentale sono state di 1016 milioni di tonnellate di carbonio, pari a circa il 17% delle emissioni globali. Nel 1995 queste rappresentavano il 16% delle emissioni globali, con una emissione di carbonio pari a 1014 milioni di tonnellate. La crisi politica ed economica ancora in corso nei Paesi dell'Europa orientale e, forse, anche la riconversione del loro apparato industriale, hanno portato ad una contrazione delle emissioni nel periodo sopra considerato. La riduzione è stata pari a circa il 33%.
In accordo con quanto riportato dal comitato tecnico-scientifico (SBSTA) alla conferenza di Kyoto, in Italia le emissioni di carbonio per il 1990 sono state pari a circa 117 milioni di tonnellate. Nello stesso anno, le foreste italiane, rimuovevano dall'atmosfera, secondo stime ufficiali, circa 10 milioni di tonnellate di carbonio (8.5% delle emissioni), al netto delle emissioni dovute alle utilizzazioni forestali. Per il 2000 il bilancio netto delle foreste, dovrebbe aumentare a circa 12.7 milioni di tonnellate di carbonio. Il contributo delle foreste e del cambiamento d'uso del suolo al bilancio netto del carbonio dei Paesi sviluppati, negli anni dal 1991 al 1994, è stato mediamente pari all'8%. Recenti misure di scambi gassosi di ecosistemi forestali (Valentini et al., 1996), effettuate con tecniche sperimentali, mostrano che nelle nostre faggete appenniniche vi può essere un accumulo pari a circa 5.4 tonnellate di carbonio per ettaro, su base annua. Misure effettuate con classiche tecniche di campionamento della biomassa, hanno dimostrato che circa il 50% del carbonio accumulato dalle foreste viene immagazzinato nelle componenti ipogee, cioè radici e sostanza organica del terreno. Non è pertanto da trascurare la dinamica dei flussi di carbonio fra i diversi comparti dell'ecosistema forestale, per poter quantificare l'accumulo del carbonio nelle nostre foreste.

Bibliografia

  1. Houghton J.T., Henkins G.J., Ephraums J.J., 1990 - Climate change: the IPCC scientific assesment. Cambridge University Press, New York.
  2. Valentini R., De Angelis P., Matteucci G., Monaco R., Dore S. & Scarascia Mugnozza G.E., 1996. Seasonal net carbon dioxide exchange of a beech forest with the atmosphere. Global Change Biology 2:199-207.


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EUROSILVA - Lettera ai soci di G. Scarascia-Mugnozza

Caro collega,

ho il piacere di informarti, che lo scorso anno, l'Unione Europea ha costituito un'azione COST nel settore della Fisiologia degli alberi forestali, denominata EUROSILVA.
L'obiettivo delle Azioni COST è quello di favorire la cooperazione e gli scambi di informazioni nell'ambito dell'attività di ricerca scientifica in Europa. In particolare, l'Azione EUROSILVA, diretta dalla prof.ssa Huttunen, è organizzata in tre "working groups":
growth and development (coord. Prof. B. Sundberg)
tree nutrition and water relations (coord. Prof. Jarvis)
biotic and abiotic interactions (coord. Prof. R. Matyssek).


L'attività di EUROSILVA consiste in:
realizzazione di un "data-base" con i nomi e gli indirizzi dei ricercatori europei impegnati nel settore della fisiologia ed ecofisiologia forestale;
organizzazione di incontri annuali di ricerca su temi specifici;
finanziamento di borse di studio di breve durata per giovani ricercatori.

Maggiori informazioni su EUROSILVA saranno a breve disponibili sul sito Internet della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale.
Al fine di documentare l'attività che in Italia viene svolta nel campo della fisiologia applicata ai sistemi forestali ti sarei grato se potessi inviarmi per e-mail o per fax l'elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte in questo campo, negli anni 1996/97, dal tuo gruppo di ricerca.
Ringraziandoti per la collaborazione rimango a tua disposizione per qualsiasi chiarimento o richiesta di informazioni.

Giuseppe Scarascia Mugnozza
delegato italiano EUROSILVA


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CONVEGNO SUGLI ECOSISTEMI FORESTALI - Report di M. Borghetti

Dal 24 al 30 gennaio u.s. si è tenuto a Bad Moos (Alta Pusteria) un workshop congiunto di quattro progetti europei sugli ecosistemi forestali (EUROFLUX - ECOCRAFT - MEDEFLU- LTEEF_II) finanziati nell'ambito del programma Ambiente e Clima della Comunità Europea.

Il convegno, cha ha visto la partecipazione di tutti i principali esperti europei e una significativa partecipazione di studiosi nord-americani, si proponeva come obbiettivo di favorire l'integrazione operativa fra i ricercatori che lavorano nell'ambito delle misure di flusso e sul bilancio del carbonio a scala ecosistemica (EUROFLUX, MEDEFLU), coloro che indagano la risposta dei processi ecofisiologici alle mutate condizioni ambientali (aumentati livelli di CO2 in atmosfera) (ECOCRAFT) e coloro che sono impegnati nel tentativo di modellizzare il bilancio del carbonio e la produttività delle foreste sotto scenari di cambiamento climatico (LTEEF-II).

Grazie soprattutto al grande impegno, organizzativo e intellettuale, del dr. Riccardo Valentini (Università della Tuscia), leader del progetto EUROFLUX e fra i più attivi ricercatori nel settore a livello internazionale, i risultati del workshop sono risultati pienamente aderenti agli obbiettivi dichiarati e alle speranze della comunità scientifica. In particolare, non ci si può non rallegrare del fatto che finalmente (e anche grazie al forte contributo dei ricercatori italiani) la ricerca sugli ecosistemi forestali risulti ora efficacemente integrata a livello europeo. Ciò certamente aumenta la rilevanza delle ricerche, dal punto di vista scientifico, applicativo e agli occhi dei committenti. Al dr. Valentini, attivo componente del comitato direttivo del BAHC (Biospheric Aspects of the Hydrological Cycle, core project del progetto IGBP), va anche attribuito il progetto, valutato con pieno favore dalla comunità scientifica internazionale presente a Bad Moos, di una integrazione operativa fra la rete europea di misura dei flussi ecosistemici e quella americana (AMERIFLU), per costituire una rete di misura (FLUXNET) con valenza planetaria.

Marco Borghetti

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Last Update: 08/11/2001 - Web Master: G. Bucci